Magazine Giovedì 24 gennaio 2008

Dilemma lirico: il futuro della poesia

Spesso ci si domanda quale possa essere il futuro della poesia; fino a che la poesia sarà così indissolubilmente legata al lirismo, difficilmente, potrà divenire un oggetto di commercio e facile consumo. La poesia moderna, neo-lirica (come taluni la chiamano) ha nel suo nome la sua stessa forza e la sua stessa debolezza; il lirismo trascina il lettore di un componimento a confrontarsi con la realtà del poeta, un attento studio di dati biografici si fa necessario per comprendere pienamente certi componimenti. Così quando leggiamo una poesia del dopo tradizione ci troviamo davanti ad un gesto individualistico ed auto-referenziale.
Qualcuno potrebbe opporsi dicendo che sempre la poesia è stata un gesto individualistico ed auto-referenziale, forse è vero, ma il distacco dalla regola, dal galateo poetico, ha dato origine ad una poesia dove l’interesse primo del poeta è comunicare con se stesso ed adottando, per giunta, un codice linguistico particolare e frutto solo del suo gusto personale; prima si avevano eccezioni quali, giusto per citarne una Carducci (che anche in Versi Barbari rivela quasi un fine didattico della sua poetica).

Parlare di scuole di poesia così appare riduttivo se il nostro interesse è discorrere del secolo 900, perché ciascun poeta, a suo modo, è un isola collegata da ponti leggeri ad altre isole. In questa galassia di poeti, e qui parlo di quanto sta accadendo precisamente in questo momento “nel 2007”, molta poesia pare addirittura essere composta quasi per prescrizione medica, un abuso di flusso di coscienza continua, una mancanza di metodo ed auto-rigore.

Fa sorridere il fatto che la poesia, nell’intento di divenire dalla moltitudine, in qualche modo si sia invece allontanata dalla gente; nel parlare sub-urbano di certi versi, solo poche persone possono intendere chiaramente un messaggio, nello scrivere adottando un registro gergale/famigliare, solo i membri di una certa famiglia possono comprendere intimamente quanto è stato buttato su carta.
Forse il problema principale è la mancanza di poeti davvero di qualità, o che si distinguano davvero nella moltitudine. Il poeta, quello vero, del prima e del dopo non-verso è un traghettatore di sguardi, porta l’attenzione del lettore appartenente al macro-mondo (quello del quotidiano e della noia di vivere, l’atomo opaco del male) verso un micro-mondo, il suo personale. Un micro-mondo che si fa parabola del vissuto di tutti – un micro-mondo spesso caricaturale e veritiero. Un luogo oniricheggiante che riflette il reale distorcendolo come un caleidoscopio, o una casa degli specchi: così, là nel profondo della poesia, e del poeta, sono presenti oggetti del macro-mondo che hanno subito un processo di scarnificazione – ridotti ad essenza, altri invece ampliati iperbolicamente, taluni ancora, assenti.
La poesia, quella vera (e come sarebbe difficile definirla, dal punto di vista tecnico di certo impossibile) in genere, è un varco verso il nulla del profondo umano, un nulla abitato di ombre, follia e bellezza. La poesia forse potrebbe essere vista come malvagia, la sua difficoltà di interpretazione può essere spaesante per certe persone; c’è poca ragione nella poesia di Oggi, c’è istinto e colore, è un universo affascinante e bestiale. Bisogna fare attenzione a non perdersi!

Lerici

Scendeva la sera e lanterne
danzavano per strami
battuti ed acànti,
i più piccini stavano all'uscio,
e fuori sbirciavano.

Sbirciavano il fruscìo a mezz'aria
del nume notturno
che si levava da gusci vizziti:
e anche tu lo lasciavi volare
dalla tua gabbia di mani,
così incerta la piccola luce,
i fossi ombrosi scaldava.

Erano là le tane, nel gèrbido,
e là i nidi di tela di notte.
Muretti riarsi racchiudevano
il nostro universo.

I lividi broli ei palmiti ridevano
d'acerbi amori confidati alle stelle.
Ed anche noi ridevamo ingenui
nell'infinito fanciullo - noi stessi.

DOVEROSA CHIARIFICAZIONE
Tempo addietro, quando ancora non mi ero trasferito a Padova per motivi di studio mi capitò di essere involontario testimone della conversazione tra due anziani del mio paese, un’arzilla vecchietta ed un signore di quelli per bene, che si imbarazza un poco a far certi discorsi. Da quanto sentii in quel giorno estivo nacque, solo molto tempo dopo, questa poesia, uno scritto che ha poco a che fare col mare, ma più colla terra che sta alle spalle dello specchio.
di Francesco Terzago

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