Magazine Mercoledì 16 gennaio 2008

'Verità, verità': mezzo secolo di sport

Un motto di Vujaidin Boskov, «Verità, verità» e le parole di un padre apprensivo: «Ti vediè dove ti andiè a finì a son de parlà de ballon!». Tra l’uno e le altre, cinquantanni di passione sportiva e di volontà di raccontare a chi condivide quella stessa passione ma non ha la fortuna, e la responsabilità, di essere presente mentre qualcun altro fa la storia proprio mentre la storia si sta facendo.
Verità, verità, libro di Piero Sessarego edito da Lo Sprint (464 pp. 20 Eu), è la storia di un giornalista e degli eventi a cui ha assistito in prima persona. Tra una pagina e l’altra, tra la soddisfazione di un’intervista e l’impagabile gioia di una prima pagina, emerge l’uomo dietro alla penna che scrive sul taccuino, in un'epoca – nemmeno tanto lontana – in cui neppure la fantascienza parlava di internet, e nella quale le notizie non arrivavano dal mondo, ma bisognava andarle a trovare.

Ovviamente, un libro fatto di cronache - riportate così come sono apparse - è soprattutto un libro dei ricordi: e così per me, che lo sport lo seguo dagli anni Ottanta, dopo un viaggio nel passato mi ritrovo catapultato nei ricordi condivisi con chi scriveva le cronache che leggevo da ragazzino.
Passano un po’ di pagine e siamo nell’Ottantadue. Il calcio italiano si destava da uno scandalo senza uguali – non so se vi ricorda qualcosa - e le cronache del tempo riportano di una spedizione azzurra vissuta con poche speranze e ancor meno ambizioni. Poi, a distanza di pochi giorni, Paolo Rossi e il Brasile, ad un passo soltanto dall’urlo di Tardelli e l’esultanza di Pertini: è bello rileggere un articolo che comincia con le parole più difficili del mondo: «Caro Pablito, scusa». Subito dopo è bello leggere della paura che solo una finalissima può dare e del dialogo – ironico, divertente e divertito – con un bagarino ufficiale in vacanza al Santiago Bernabeu.

Al tifoso in cerca di emozioni basta lasciare che scorrano i fatti, le pagine, le parole e basta poco per rivivere le emozioni del Grande Torino, la Sampdoria di Mantovani – quella delle quattro coppe, dello scudetto e delle quattro finali europee – e il Genoa di Scoglio e di Bagnoli e il quarto posto guarnito della semifinale UEFA.
Nella giostra della memoria c’è posto per la valanga azzurra e per le medaglie Olimpiche di Tomba, per il rugby genovese e per il Mondiale del ’94, quello della mia Maturità - quello del culo di Sacchi, di Baggio e della finale persa per un filo d’erba sbagliato. C’è posto per rivivere la tristezza di fronte alla Sampdoria che saluta prima Mancini – che ancora oggi quando Sessarego ne parla gli brillano gli occhi – e poi chiude lasciando la città che resta senza serie A dopo una vita.
Nel frattempo Sessarego diventava marito, papà, nonno, direttore della redazione sportiva del Secolo XIX. Tra una tappa e l’altra, tra un articolo e quello dopo, passano cinquant'anni ma non la voglia di raccontare, la soddisfazione di essere lì mentre qualcuno che ha fatto la storia dello sport la sta facendo.
«Ti ne he feta de strada a son de parlà de ballon!»
di Francesco Cascione

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