Magazine Martedì 15 gennaio 2008

Baci e abbracci, Claudia

Cominciamo bene.

Verso gli ultimi giorni dell’anno mi ha chiamato un simpatico ragazzo della redazione di mentelocale.it, mi pare fosse Luca; in quel momento stavo rincorrendo un autobus, e me ne stavo lì in via Venti Settembre con il fiatone e lui mi ha chiesto cosa mi sarei aspettata per l’anno nuovo, cose belle e cose brutte, insomma dovevo dirgli lì per lì due parole, e mi ha preso un po' alla sprovvista, come quando ti fanno una domanda all’improvviso nel momento più sbagliato e allora io mi ero fermata un momento per pensare a che dire, e le uniche cose che mi venivano in mente erano solo cose un po’ tristi, non c’era verso di dire una cosa allegra, così ero stata abbastanza prudente, avevo detto che non mi aspettavo grandi cose, che speravo in cose migliori, in piccoli passi avanti, insomma non ero certo in vena di ottimismi facili e, se non vado errato, , anche era stata un po’ come me, non si era lasciata prendere dall’entusiasmo del Capodanno per srotolare pergamene fitte di grandi speranze e buoni propositi, ma d’altra parte lasciatemelo dire: noi donne siamo fatte un po’ così, abbiamo sempre i nostri molti sogni, dentro e fuori dai nostri cassetti, ma sappiamo stare pure con i piedi per terra e non chiudiamo gli occhi di fronte a nulla, mica facciamo come gli struzzi, noi donne.

Comunque, per tornare a quello che volevo dire, ho trovato questa foto che vedete e che mi pare agghiacciante anche e soprattutto per il suo valore simbolico, e che mi pare una delle cose più tristi con cui iniziare l’anno in corso, certo lo so pure io che ci sono fotografie ancora più tristi e raccapriccianti, come certe immagini che vedi, di bambini che fanno i soldati o altri che muoiono di fame e di stenti, o altri ancora che si prostituiscono e chi ne ha più ne metta, ma io volevo partire da casa nostra, perché Napoli è casa nostra e quei due bambini napoletani che tornando da scuola (la foto è stata scattata quando ancora ci andavano) osservano un cumulo di spazzatura, sono figli nostri. Miei tuoi di tutti noi. Chiaro?

Questa della spazzatura a Napoli mi pare proprio una grande metafora, è una situazione surreale drammaticamente reale, la gente che affoga in tutto quello che produce e scarta, che poi l’emergenza spazzatura a Napoli non c’è solo dai primi di gennaio, questo bisogna ricordarselo, sono mesi che Napoli e dintorni vengono sommerse, io ci sono stata a fine ottobre, a Torre del Greco, e le ho viste le montagne di spazzatura, e so che al Vomero la toglievano, ma ad esempio a Torre del Greco no. Dunque mi faccio una di quelle belle domande, e mi domando, ti domando, insomma domandiamocelo, ma noi che lasciamo a questi bambini, a chi verrà dopo di noi? Spazzatura da smaltire, danni irreparabili da gestire, monnezza, rumenta, chiamala come ti pare, ma sempre spazzatura è, in tutti i sensi.

E allora mi pare che l’abbiamo cominciato malissimo l’anno, non a caso associo un anno nuovo, un anno neonato, all’idea di un bambino che se ne sta lì con la sua cartellina, con dentro i libri, il diario, le penne e le matite nell’astuccio e i compiti da fare per il giorno dopo, a guardare una montagna di merda che ogni giorno sale sempre di più, e provo vergogna per quello che questo paese può offrire a loro, ai bambini e ai giovani che sperano in un futuro, perché se una volta il futuro voleva dire qualcosa di fantastico, voleva dire sogni e fare progetti e pensare di avere il mondo nelle mani, adesso il futuro è qualcosa che spaventa un po' tutti, anche i ragazzi di vent’anni.

Anche i bambini hanno paura, e noi crediamo sempre che non vedano e non sentano, che pensino solo a giocare e siano lontani dai problemi degli adulti, e invece questa è la più grossa fregnaccia che si possa dire, perché quel periodo che è l’infanzia non è affatto un tempo di preparazione alla vita, ma è vita stessa, eccome se lo è.
E i bambini sentono e soffrono e tutto capiscono.
di Claudia Priano

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