Yuri Brunello: Scrivere per il teatro - Magazine

Teatro Magazine Giovedì 29 marzo 2001

Yuri Brunello: Scrivere per il teatro

Magazine - Foyer del Politeama Genovese
Yuri Brunello
Scrivere per il teatro
Genova, Ecig, 2001

Yuri Brunello è un giovane venticinquenne genovese, che si è laureato in Lettere Moderne discutendo una tesi sulla poesia di Gabriele D'Annunzio. Alle sue spalle, già la cura di un libro insieme al professor Roberto Trovato, Minima Theatralia, 2000, e collabora con la rivista "Resine" e il quotidiano "Il Giornale".

Alla presentazione di un libro nessuno spinge e di posto ce n’è sempre per tutti. In questa occasione invece, sarà che l’autore è giovane, sarà che partecipa un professore universitario, sarà che è presente uno scrittore autorevole come Dario G. Martini, sarà che interviene anche l’istrione Salemme, sarà, sarà sarà... fatto sta che l’ultimo posto libero me lo accaparro a fatica.

Martini introduce l’autore “Yuri Brunello, un giovane che stimo moltissimo”, dice “che si presenta qui in veste nuova” con un libro capace di “coniugare teoria e pratica ad un linguaggio scorrevole.” Lusinghieri e prodighi i complimenti di Martini per l’esordiente Brunello, si spostano subito verso Salemme “un clown”, lo definisce il drammaturgo, “tra la voglia di ridere che piange e una voglia di piangere che ride.”
Conciso ricco di citazioni ed efficace, il breve discorso di Martini si chiude su una citazione di Valery che individuò in “fuoco, umido, tempo e contenuto” i nemici sia dell’uomo che dei testi.
Roberto Trovato, docente di drammaturgia, prosegue tessendo le lodi di Brunello e, andando nello specifico, parla del suo coraggio nell’assumersi la responsabilità di critico e saggista nei confronti di grandi autori della drammaturgia italiana del Novecento. “Il libro gode di una limpidità di linguaggio ed è un grande aggiornamento sulla drammaturgia del nostro tempo”, prosegue il professore “al quale si aggiungono due importanti testimonianze: una del regista teatrale e televisivo Vito Molinari e l’altra dell’autore-attore-regista Vincenzo Salemme.”
Gli oratori sembrano essersi sincronizzati come per una staffetta e dove finisce uno comincia a correre l’altro, se non fosse per una signora un po’ invadente che, sull’onda dell’entusiasmo per Salemme, tenta di continuo di minare l’accurata regia e intraprendere un dialogo informale, ma esclusivo, con il partenopeo Salemme. All’inizio la cosa è spiritosa, in fretta però si trasforma in un fastidio che si diffonde tra le sedie. La peggio l’avrà proprio il protagonista Yuri Brunello che nel tentativo di dimostrare – forse un po’ accademicamente – gli intenti del suo libro verrà più volte interrotto, con l’aggravante che, lo stare al gioco di Salemme, sposterà l’attenzione completamente sull’attore: infatti parte l’applauso e ci siamo dimenticati che non era un incontro con l’attore, bensì con l’autore di un saggio.
E’ finalmente il turno di Brunello che, con voce soave, rivolge il suo primo pensiero a sfatare un equivoco – e qui viene da domandarsi, chi l’ha creato? – di voler insegnare qualcosa con questo libro. "No”, afferma, “questo non vuole essere un libro presuntuoso. E' stato scritto per far riflettere.” – presunzione da poco, per un testo d’esordio. Brunello prosegue sottolineando che nell’associare il pensiero teorico all’analisi pratica sui copioni è riuscito a dare una risposta a una domanda antica: “Che cosa rende un testo teatrale vivo e funzionante?” E per tutta risposta, Brunello fa sue le parole di Cesare Segre sviluppate nell’84 nel suo Teatro e Romanzo, celebre testo in cui per l’appunto si dimostravano le differenze tra una scrittura destinata alla lettura e una invece rivolta alla scena.
Assecondando, infine, la signora ingombrante della prima fila e molti degli intervenuti, Brunello concede la parola a Salemme ponendogli la domanda: “Come fa a trasferire l’idea su carta, Salemme?” Senza preamboli, l’attore dice semplicemente “Non c’è una regola. Scrivo per gli attori. L’importante è emozionare e non raccontare qualcosa di grande. Improvvisare, uscire dal testo è necessario. Ho cominciato a scrivere per disagio. Scrivere mi fa male, ma mi piace e diventa un modo per trovare un posto nella vita. Preferisco un testo meno impegnato, ma che faccia uscire il pubblico con il sorriso sulle labbra.” A spezzettare e prolungare la chiacchierata con Salemme molte sono le domande e gli interventi che lo salutano e lo lusingano al che lui risponde “Mi piace Genova, qui mi trattano da scrittore, a Napoli nessuno mi celebra con altrettanta autorità accademica e simpatia popolare.”

Potrebbe interessarti anche: , Giudizio Universale: la Cappella Sistina secondo Marco Balich , Artisti e progetti vincitori di #UBU40 accanto a quelli di Hystrio, Rete Critica e ANCT , Turandot: la trama dell'opera, tra un principe pirlone e donne con scarsa autostima , Acqua di colonia: il colonialismo italiano secondo Frosini/Timpano , Dall'Olanda il teatro-incontro in Perhaps All The Dragons dei Berlin