Magazine Lunedì 14 gennaio 2008

Kalisky, il belga che amava l'Italia

Magazine - Ebreo d’origine polacca, René Kalisky (1936-1981) visse in Belgio la sua breve vita d’artista e di intellettuale. Fece in tempo a farsi conoscere come storico e ad affermarsi come drammaturgo, potendo assistere alla rappresentazione di tre suoi drammi con la regia di Antoine Vitez. In Italia, la sua rilevanza fu da me segnalata nel 1982; e nel 1984, introdotta criticamente la sua opera in occasione della prima traduzione. È ora disponibile una monografia dedicata alla sua opera, di Agnese Silvestri - ricercatrice all’Università di Salerno -, René Kalisky une poétique de la répétition (Bruxelles, Éd. A.M.L. – Peter Lang, 2007, pp. 418, 42, 90 Eu).
Il lavoro di Silvestri, significativo presso l’Università Cattolica di Lovanio, è stato sostenuto da un animatore culturale unico come Marc Quaghebeur, direttore degli Archives et Musée de la Littérature di Bruxelles.

Kalisky è giudicato il "drammaturgo belga più novatore del dopoguerra", sebbene in patria sia tuttora elemento di discordia fra gli intellettuali e il mondo del teatro stesso abbia tardato a riconoscerne il valore. Stalinismo, nazismo e fascismo, sono i fenomeni ritornanti nella sua sensibilità di analista della società contemporanea. L’Italia fu luogo e soggetto d’osservazione privilegiato, e personaggi particolarmente attraenti furono Mussolini, Fausto Coppi e Pier Paolo Pasolini, a ciascuno dei quali dedicò una pièce. Purtroppo, le nostre scene hanno ripagato quell’interesse con l’indifferenza.
Altra cura costante, ossessiva, l’indagine della condizione ebraica, tra sionismo e diaspora; tra olocausto e rimozione-deviazione della sua memoria. A questo proposito, l’autrice indica nello studio di Ibn Khaldoun, filosofo e storiografo musulmano (1332-1406) un momento decisivo nel pensiero kaliskiano. L’approccio di questo libro è originale poiché tratta argomento e materia con metodo composito, adeguato al ben difficile compito d’esame e giudizio. Strutturalismo e critica tematica e stilistica concorrono alla comprensione di una scrittura impegnativa, se non ostica.
L’elemento della “ripetizione” – osservata nelle vicende storiche – è la modalità secondo cui il pensiero di Kalisky si costruisce, per “convinzione più che sistema filosofico”.
Viene formandosi così la concezione di una ripetitività storica delle tragedie umane, non coincidente però col fatalismo dell’eterno ritorno. Lo scrittore, anzi, si oppone al determinismo proponendo responsabilità e impegno intellettuali contro i ricorsi storicamente negativi. Guerre e violenze, discriminazioni e tradimenti, sono atti abnormi, che dalla persona si propagano a contagiare i popoli.

Il suo teatro, opera maggiore in undici titoli, da Trotsky (1969) agli incompiuti Falsch (1979) e Fango (1980), è puntualmente studiato nel saggio, nelle tecniche drammaturgiche e nelle funzioni del personaggio e delle risorse della scena. Ogni testo fornisce una variante a quella poetica della ripetizione assunta a idea-guida, a motivo conduttore del dramma. Si ottiene così reiterata conferma della tesi di partenza, in un complesso organico di esempi, referenze e confronti.
L’autore crea la nozione di surtexte (sovratesto), come risposta alla crisi della drammaturgia del Novecento causata dalla preminenza del regista-drammaturgo. I destini umani sono rappresentati non secondo ricostruzione “oggettiva” dei fatti, ma col metodo della contestazione della verità, caro a Kalisky. Di conseguenza, il surjeu (sovrarecitazione) avverte la necessità di trasferire agli attori la responsabilità dei personaggi, evitando l’identificazione.
Scrivevo nel 1984 dell’atteggiamento di quell’allora sconosciuto autore : «Coesistere da deviante e da mulatto con un’umanità votata a perdersi, a distruggersi» (Teatro belga contemporaneo, Genova, Costa e Nolan). René Kalisky appare ancora un moralista che si è forgiato un mezzo teatrale dialettico e molto problematico, fino al paradosso e alla contraddizione. Anche la sua “teoria” della scrittura e della recitazione già si pone come progresso della coscienza espressa da Bertolt Brecht. Della difficoltà del pensiero kaliskiano, in rapporto alla fuga (in avanti?) della ricerca europea più attuale, dà testimonianza, necessaria e stimolante, questo libro che si spera non resti isolato e provochi finalmente adeguate sperimentazioni sceniche.

di Gianni Poli

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