Marco Romei e la drammaturgia - Magazine

Teatro Magazine Mercoledì 28 marzo 2001

Marco Romei e la drammaturgia

Magazine - Marco Romei, snello e schivo all’apparenza, rimane snello ma diventa affabile quando si entra nel vivo dei suoi interessi e si parla di teatro, del come e perché farlo. È venuto a trovarci a mentelocale per raccontarci il suo essere autore SIAE (con tanto di numero) dal 1986.

Perché scrivi e soprattutto perché il teatro?
Scrivere per me è una naturale modalità espressiva. E poi non mi fanno mai parlare. Scherzi a parte, vengo dal teatro dai corsi di recitazione di Lea Ansaldo, che è considerata la mamma della scena genovese, quella più off ovviamente.
Secondo me per fare il teatro ci vogliono gli attori, non ci si può improvvisare scrittori per la scena dalla propria stanzetta senza sapere chi reciterà.
A Marco piace fare citazioni autorevoli da appassionato lettore e ribadisce il concetto con parole di Cechov "Non scrivo per il lettore, ma per l’attore, quindi la mia opera deve restare aperta.”
Il teatro ha senso solo se vissuto carnalmente. Non si può prescindere dalla polvere del palcoscenico.
Dopo la scuola di recitazione che percorso hai seguito?
Il primo testo, Poesie Prosaiche (1987), era una commedia comica di tipo tradizionale con storia e personaggi canonici anche se il tema rompeva un po’ con il filone classico. Con quel testo d’esordio vinsi il Premio Fondi-La Pastora come miglior drammaturgo sotto i 30 e fui segnalato al Premio Anticoli Corrado. Peccato che a venir prodotti furono soli i premiati senior e noi giovani, che forse ne avevamo più bisogno, dovemmo accontentarci del premio.
Successivamente ho scritto altre commedie Il lungo sonno, Anni dorati, e i monologhi Ali e Senza libido. Nel frattempo avevo anche tradotto e adattato Fools di Neil Simon su richiesta del regista Pino Quartullo che lo mise in scena con la compagnia La Festa Mobile in una co-produzione Asti Teatro e Festival della Versiliana. Purtroppo, sebbene notevoli e appaganti queste esperienze hanno avuto scarso seguito. Poi nel 1992 insieme a Franca Fioravanti e Adriano Rimassa ho fondato il Leggi l'articolo esperienza attraverso cui la mia scrittura si è sempre di più trasformata in scrittura scenica, cioè fatta per e sulla scena tra attori e tecnici.
E com’è questa scrittura? Come funziona e da cosa si parte?
Si prende spunto da una poesia, da una sensazione, o semplicemente da una cosa che si vuole esprimere. Spesso lo spettacolo nasce da una sola mia pagina. E comunque i testi che scrivo raggiungono un massimo di dieci pagine che poi diventano pura invenzione a contatto con gli altri protagonisti della macchina spettacolare. Si parte sempre da una necessità interiore, il raziocinio e le conferme tecniche e storiche arrivano in un secondo momento.
I tuoi modelli?
Leo De Bernardinis, Carmelo Bene.
I tuoi maestri?
Susan Strasberg, Yves Lebreton, Allan Kaprow, antesignano dell'happening. Nella letteratura De Filippo, Cechov e Shakespeare.
Qual è a tuo avviso un tema attuale per il teatro?
Credo che sia attuale parlare di bellezza, dal momento che l’orrore ce lo serve già la TV. La sofferenza e il disagio lo viviamo già tutti quotidianamente, perciò è forse più importante dare un po' di gioia e di speranza. Per noi celebrare la bellezza è un tentativo di comunicare l’esistenza di gioia e speranza.

Il racconto di Marco Romei sul teatro prosegue tra esperienze personali e azioni teatrali passate e future, a cui ci piacerà partecipare per proseguire con le sue e le nostre impressioni questo racconto di un modo molto particolare di vivere la scrittura per la scena.

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