Magazine Mercoledì 28 marzo 2001

I genovesi gridano nell’aspro dialetto

Magazine - «La piccola piazzetta ospita un lavatoio all’aria aperta, dove le comari genovesi, brutte, magre, rossicce e angolose, litigano per passatempo, gridano nel loro aspro dialetto, mentre agitano nell’acqua quei panni che poco dopo verranno stesi sulle corde che passano da una casa all’altra, pavesando i vicoli con mille colori, come se si svolgesse una festa rionale.
Questa preoccupazione di far tutto in mezzo alla strada è l’unica cosa che a Genova rivela l’Italia. La gente, a parte i suoi cappellucci calabresi e i baffoni all’Umberto, ha più dell’inglese che dell’italiano. Il far niente con povertà ha pochi ammiratori. La gente, nata in un porto di mare che apre le vie a tutto il mondo, pensa solo a far quattrini. Tutta la sua gioventù, fulva più che bruna e d’aspetto sassone più che latino, se ne va a lavorare in Argentina o negli Stati Uniti.
A Genova si incontrano militari da ogni parte. Gli edifici più grandi sono caserme e sui marciapiedi è un continuo trascinar di sciabole e un passeggio di cappelli di feltro, inclinati su baffi dinastici e ritorti la cui lunghezza stupisce.
Bisogna confessare che, in quanto a presenza e vistosità, nessun esercito del mondo supera quello italiano. Gli ufficiali sembrano appena usciti dalle sartorie; la polvere fugge impaurita dal panno brillante e neppur la più lieve macchia disturba la marzialità di quelle divise».

Vicente Blasco Ibánez En el país del arte. Tres meses en Italia, Madrid, 1896

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Nella foto: Gaetano Lombardi, Carlo Alberto a Genova fra i colerosi nel 1815, acquarello.

di Linda Kaiser

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