Magazine Martedì 8 gennaio 2008

Baci e abbracci, Claudia

Magazine - Avevo pensato di cominciare questo primo Baci e abbracci del 2008 parlando di bambini, avevo visto una certa foto che mi aveva colpito, pensavo a delle cose, a libri letti eccetera, e volevo scriverne. Poi è successo che un ragazzo che conosco mi ha spedito via mail una cosa, e anche quella raccontava di bambini, anzi di un bambino in particolare che poi era lui, e ho pensato che spesso ci dimentichiamo di esserlo stati dei bambini, dico, ma voi ve lo ricordate?, ci pensate spesso?, e invece questo racconto di Franco mi ha riportato indietro nel tempo, mi ha fatto venire in mente quel primo giorno, e chi se lo scorda?, mi pareva un incubo, me la facevo sotto, non ero preparata, del resto chi lo è mai.

E allora ho pensato che le cose che ho scritto ve le racconto la prossima volta o magari sul blog, ora lascio lo spazio a lui, all’autore, uno di cui vi ho già parlato, uno che fa il libraio (lavora alla libreria Feltrinelli) e che ama tanto leggere e scrivere, lui è quello che ha raccolto molto del materiale per Il fu Mattia Bazar e altre storie da libreria (ed. Orme), e ha un nel caso aveste voglia di conoscerlo meglio.
Vi lascio a lui, dunque.
Da parte mia tanti auguri a tutti e uno in particolare.
Di non smettere di ricordare quegli anni, quando eravate dei soldi di cacio, ma giocare vi piaceva da matti.
Baci e abbracci,
Claudia



Il mio primo giorno di scuola
di
Franco Zaio

Pianura padana, primo ottobre 1970. Sole pallido su un’aria umida e fredda. Colletto bianco inamidato rigido, un fiocco azzurro di dimensioni imbarazzanti. Ginocchia a vista, arrossate dal freddo, calzettoni bianchi coi buchini quadrati, romboidali, per essere esatti.
Un nodo al collo, e un nodo nello stomaco che non scioglierò mai: entrare in società. Non mi sono mai inserito, sentito parte di un gruppo, né di un’azienda, neanche di un’idea. Niente e nessuno mi ha mai preso, fatto suo. Ho sempre avuto, fatto o detto qualcosa di sbagliato. Qualcosa che stonava, qualcosa che non andava, non convinceva. Anche quando avevo un look perfetto, la gente capiva che c’era qualcosa di strano, sbagliato, a volte ostile, nel mio presentarmi, travestendomi per l’ occasione, nel mio essere lì, ma anche nel mio essere al mondo.

Spesso non l’ho fatto neanche apposta, come il primo giorno di scuola. Ero ben intenzionato, mi sembrava di essere a posto. All’asilo era andata male, non mi ero inserito, ma ora era la volta dell’obbligo, si chiama così no? La scuola dell’obbligo, la prima prigione, il primo campo di concentramento. E in effetti la mia prima scuola sembrava un gigantesco carcere, solo aperto su un lato, dove c’era un enorme cortile e il cancello con le inferriate. Una gigantesca U al contrario, una specie di calamita di cemento e ferro, un grembo, un imbuto.
I miei mi avevano fatto vedere il tragitto casa-scuola nei giorni precedenti (papà di domenica mattina), perché poi sarei sempre andato a scuola da solo, sfiorando senza mai toccarlo una serie di muri, avevo solo un attraversamento da fare, e tre angoli da svoltare. Sembra pazzesco, adesso, un bambino di sei anni in giro da solo. Ma allora non c’era la paura di adesso, e avevano ragione loro, i grandi, a fidarsi del destino, a essere fatalisti e ottimisti. D’altronde loro da bambini avevano vissuto il fascismo, la guerra, i bombardamenti, i rastrellamenti, la fame, le ristrettezze. Avere sei anni nel 1970 a loro sembrava una specie di paradiso, una terra promessa di serenità e discreto benessere. I grandi allora sorridevano molto di più di quelli di adesso, il sorriso di chi sa che il peggio è passato, che la strada ora è in pianura, qualche buca, certo, ma si può percorrere volentieri. Poteva solo migliorare. Non era contemplata la possibilità di una brutta fine del film che l’Italia stava girando.

Ovviamente mia madre aveva gli occhi rossi di lacrime, nel salutarmi con un buffetto e una leggera spinta dentro la grande U. Io ero di marmo: non ero disperato, ma non ero neanche curioso o allegro. Un condannato a morte. Scappare non si poteva, piangere neanche, tanto valeva affrontare la vita, il mondo, la società, e farmi trascinare dal gregge che si accalcava un po’ indeciso nel portone della grande U.
Una volta preso posto nel banco, dopo un breve discorso di introduzione e presentazione del maestro, arrivò la visita del preside. Cominciò a parlare ad alta voce con un linguaggio retorico e antico (sembrava un pazzo, per dirla tutta) passeggiando nel corridoio centrale che divideva in due gruppi i banchi della numerosa classe di anime disperate mandate allo sbaraglio, che tanto la guerra era passata, ora si poteva solo stare bene.
A un certo punto si fermò a declamare spropositi al mio fianco, pensavo mi avesse preso in simpatia. E invece cominciò a tirarmi i capelli, impugnando i miei riccioloni incolti, scuotendomi la testa manco fosse quella mozzata della Medusa, come esempio della decadenza dei costumi della società. «E questi, cosa sono questi riccioloni? Cosa significano, questi capelli ribelli?!». Sopportai con le lacrime agli occhi, cercando di impedire con le mie mani che mi facesse troppo male. Quando mi mollò, capii, neanche tanto inconsciamente, che il mio destino era segnato. Da allora in poi avrei avuto sempre qualcosa di sbagliato, qualcosa che non piaceva, non si adattava alla situazione, al momento, alla vita.

Anche perché, tornato a casa e lamentatomi dell’episodio, i miei non presero certo le mie parti. Ero io che sbagliavo, che avevo qualcosa di sbagliato. Il pomeriggio stesso ero su un ridicolo cavalluccio di plastica, bianco giallo e verde chiaro, in un “negozio di barbiere”, a farmi tagliare e lisciare i crespi capelli ribelli. Io ho i capelli di Bob Marley, tendenzialmente. Hai voglia a lisciare e pettinare. Ma a forza di spazzole d’acciaio e acqua, i miei e il mondo erano riusciti a lisciarmi. In tutti i sensi.
Tornai a scuola senza sorriso il giorno dopo, e diventai senza volerlo il primo della classe, senza allegria, senza gioia alcuna. Stavo solo facendo il mio dovere.
Col cuore gonfio di rabbia e malinconia.
Con la sensazione che non avrei mai trovato il modo di vendicarmi.

di Claudia Priano

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