Concerti Magazine Sabato 29 dicembre 2007

Bill Evans: ritratto d'artista con piano

La recente alluvione di ristampe di etichette storiche del jazz come la Universal, sta riportando a galla – a prezzi da ultra saldo, è bene precisarlo – una serie di capolavori del passato che andrebbero assolutamente (ri)scoperti. I nomi stanno tutti nell’Olimpo, a partire dal divino Miles Davis, presente con lavori della prima parte della carriera, per arrivare a Monk, Rollins, Coltrane, e molti altri numi tutelari del genere. Sono incisioni degli anni cinquanta e sessanta, adeguatamente rimasterizzate e con aggiunta di alternate takes. C’è da aggiungere di più per invogliare jazzofili grandi e piccini, neofiti e completisti?

Allora, parliamo di Bill Evans, uno dei più influenti pianisti jazz del Novecento, la cui opera, articolata in decine di incisioni e concerti fra la fine degli anni cinquanta ed il 1980, è stata e continua ad essere vero punto di riferimento per intere generazioni di pianisti, come è avvenuto per Keith Jarret, Herbie Hancock, Chick Corea, per finire con Brad Meldhau.
Consigliare non dico alcuni titoli, ma anche solo un percorso attraveros la sua opera, è impresa assai ardua. Meglio segnalare un librino edito anni fa da Stampa Alternativa e compilato da un vero cultore di Evans, il pianista romano Enrico Pieranunzi, a sua volta titolare di una prestigiosa carriera jazzistica, che mi ha fatto da viatico in questa affascinante scoperta. Si intitola Ritratto di artista con pianoforte e passa in rassegna vita ed opere del pianista americano mettendo insieme l’affetto del fan e la competenza del musicista esperto. Se, seguendo i consigli di Pieranunzi, vorrete partire dalle prime incisioni Riverside, magari con i due live al Village Vanguard in testa, sarà facile venire poi catturati da un mondo di suoni ed emozioni che vi verrà voglia di indagare sempre più a fondo. Vi troverete allora dischi di pianoforte solo, di piano duplicato e triplicato (Conversation with myself) trii, duetti piano/contrabbasso e piano/chitarra (come i due Undercorrent e Intermodulation con Jim Hall) quintetti con fiati, incisioni con l’orchestra, un disco old fashion molto attuale con il grande crooner Tony Bennet, oltre a decine di concerti dal vivo. Cioè tutta la musica, e la vita, di Bill Evans.

Partecipando all’incisione, sotto l’ala di Miles, di uno dei dischi più importanti della storia del jazz, Kind of blue, nel 1959, come pianista e compositore, Bill Evans, che aveva già esordito da leader qualche anno prima con New jazz conceptions, dopo le prime esperienze con l’orchestra di George Russel, spiccò il vero salto verso lo status di gigante del jazz, dando il via ad una serie di registrazioni rimaste nella storia della musica. Inventore di uno stile intimista e riflessivo, creativo rielaboratore in chiave jazz di alcuni grandi pezzi del songbook americano, secondo una vocazione ripresa in varie epoche da altri grandi pianisti, protagonista di un gioco d’insieme telepatico con i suoi partner nei famosi trii, prima con Scott La Faro e Paul Motian, poi con Chuck Israel e Larry Bunker, infine con Mark Johnson e Joe LaBarbera.

Queste ed altre mille definizioni si possono trovare nella vasta letteratura dedicata ad Evans, ma quello che preferisco sottolineare è la profonda poesia espressa dalle sue note, quasi il racconto di una vita melanconica e vivace, fragile e forte allo stesso tempo, un “fuoco tranquillo” come è stato detto. Vita e musica si alternano e riflettono sui tasti del pianoforte di Bill Evans e le numerose perdite e disgrazie, dal bassista La Faro, al padre, al fratello Henry, lasciano tracce ben visibili nella sua opera. A questi eventi, ed alle difficoltà della vita Bill Evans reagì accentuando una tendenza autodistruttiva, manifestata nella dipendenza da eroina e cocaina, che lo porterà alla morte alla giovane età di 51 anni nel 1980.

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