Magazine Venerdì 14 dicembre 2007

Morchio: «Bacci Pagano 4 anni dopo»

Genova, centro storico
© Shutterstock
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Magazine - Sono trascorsi quasi quattro anni dal febbraio 2004, quando uscì Bacci Pagano. Una storia da carruggi, il romanzo che ha inaugurato la serie (ma sarebbe più corretto dire la saga) del detective "analfabeta dei sentimenti" che ama Mozart, i libri, le belle donne e la buona tavola. A me sembrano molti di più e non so se questo sia un bene. Da allora sono seguiti altri quattro romanzi, in cui la figura dell’investigatore genovese si è arricchita di elementi biografici e caratteristiche umane che lo hanno meglio definito, facendone un personaggio a tutto tondo che non ci stupiremmo di incontrare, a cavallo della sua Vespa amaranto, in un carruggio del centro storico. Oggi le sue gesta sono fruibili anche dai lettori tedeschi, grazie alla eccellente traduzione della Unionsverlag, e spero che presto altri appassionati del noir mediterraneo possano conoscerlo tradotto in altre lingue.

Ho spesso raccontato la vicenda editoriale di Bacci Pagano. Il primo romanzo che ho scritto, nel 1999, fu Maccaia. Lo inviai a Einaudi e Sellerio e non ebbi risposta. Successivamente lo presentai al Premio Tedeschi di Mondadori con lo stesso sconfortante risultato. Credevo che quello sarebbe stato l’unico mio romanzo, frutto di un "bisogno" maturato nel corso della seconda analisi con il professor Rossi. Ma evidentemente mi sbagliavo, perché, nonostante il duro silenzio degli editori, iniziai La creûza degli ulivi. Fino a quel momento non avevo scritto altro che articoli di letteratura e psicoanalisi, ma dopo quella prova non riuscivo più a staccarmi dal personaggio e dalla scrittura narrativa.
Nel 2000 a Genova nasceva una piccola casa editrice, la Fratelli Frilli, interessata a pubblicare gialli e noir di ambientazione ligure. Presi coraggio e presentai i primi tre capitoli di Una storia da carruggi. Allora la redazione stava in un fondo, oggi adibito a magazzino, e fu lì che conobbi Marco Frilli, Ludovica Schiaroli, Michela Volpe e Raoul Gazza. I capitoli parvero promettenti e loro mi invitarono a proseguire. Dopo qualche mese presentai il romanzo concluso e la telefonata di Marco Frilli arrivò nel giro di 15 giorni. Nessuno si aspettava che le prime mille copie andassero a ruba in pochi giorni. Vi furono tre ristampe prima che i giornali locali si accorgessero del fenomeno. Un ruolo di rilievo l’ebbe un servizio sul TG regionale realizzato da Teresa Tacchella, a cui il libro era subito piaciuto, ma le ristampe si susseguivano soprattutto grazie al passaparola dei lettori, quello che Pietro Cheli ha definito la miglior tecnica del marketing librario. La prima giornalista della carta stampata che si accorse del potenziale del libro fu Laura Guglielmi che, con Flavio Baroncelli e Gianni Guasto, lo aveva presentato alla libreria Assolibro di via San Luca. Uscì un suo pezzo sul "Secolo XIX", a cui seguì un’intervista di Stefano Bigazzi di "Repubblica".
Da allora il romanzo è stato ristampato dodici volte e ha venduto oltre ventimila copie. Il protagonista è diventato una sorta di "icona" della città. I locali da lui frequentati, a cominciare dalla mitica crêperie del Capitano e dal Roger Café di Stradone Sant’Agostino, sono meta di lettori che vengono da varie parti d’Italia, e non solo, alla ricerca delle atmosfere e dei profumi evocati nelle storie dell’investigatore senza mutande.

Tutto questo è ormai storia. E forse spiega l’impressione, riferita in principio, che siano passati ben più di quattro anni. Ma perché la domanda se questo sia un bene?
C’è una fondamentale differenza tra le vicissitudini di un personaggio seriale e quelle del protagonista di una saga. Nel giallo classico il personaggio resta sempre uguale a se stesso. Le vicende biografiche di Poirot e Maigret non hanno un peso fondamentale nell’economia delle loro indagini. Al contrario, Marlowe, Carvalho e Fabio Montale sono invecchiati con i loro autori. Lo stesso sta accadendo a Bacci Pagano. Invecchiare significa diventare più saggi, ma anche "consumarsi". Ho imparato che scrivere è un lavoro come un altro, che si apprende facendolo, e sono convinto che gli ultimi romanzi siano scritti meglio dei primi. Ho anche pensato di riscrivere la "trilogia genovese" e non è detto che un giorno non mi metta a farlo. Ma se è vero che il personaggio invecchia col suo autore, l’impressione che quel febbraio 2004 sia così lontano non è di buon auspicio.
Forse dipenderà dalle caratteristiche del mercato editoriale. Tutto viene rapidamente consumato e bruciato. Se uno scrittore non sforna almeno un libro all’anno il suo nome viene presto dimenticato. Probabilmente i buoni libri resistono al tempo più di quelli di scarso valore, ma non sarei troppo sicuro nemmeno di questo. Nelle biblioteche americane, per far posto al nuovo che avanza (centinaia di migliaia di titoli l’anno) si mandano al macero i libri di Hemingway (grazie a dio conservati su supporto digitale).
Dunque, la paura è che Bacci invecchi troppo rapidamente, si consumi e finisca in pensione anzitempo.
Qualcuno obietterà che è una questione di ispirazione e l’argomento è sacrosanto. Ma non è dello scrittore Bruno Morchio che sto parlando, ma del personaggio Bacci Pagano. Al quale sono affezionato come a un amico molto caro, e della cui sopravvivenza letteraria mi preoccupo con la sollecitudine che si riserva alle persone a cui si vuole bene.

di Bruno Morchio

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