Magazine Lunedì 26 marzo 2001

L’arrivo a Genova da Sampierdarena

Charles de Brosses, il primo Président del Parlamento di Dijon, traccia in modo personale e con stile elegante le sue sensazioni sulla realtà italiana.
La Liguria, proveniendo dalla Provenza, è la prima terra che attraversa. Da Dijon al mare compie 143 leghe a cavallo e in carrozza di posta. Ad Antibes, il 18 giugno 1739, si imbarca con l’amico Sainte-Palaye su una feluca genovese.
Le tappe lungo la Riviera si susseguono tra colpi di vento e voltastomaci, tra sbadigli per soste forzate in mezzo agli ulivi ed entusiasmi per villaggi, chiese di marmo, locande.
Da Noli il viaggio prosegue sulla terraferma, prima a dorso di mulo e poi a piedi, su sentieri a strapiombo sul mare. La feluca attende a Genova, città nella quale i viaggiatori entrano in carrozza, ben predisposti nell’animo a visitarla.

«Arrivammo a Genova attraverso il sobborgo di Sampierdarena. È vero che questo significa entrare attraverso la porta più bella; ma la quantità di belle case che vedevo da tre leghe, mi rese meno sensibile di fronte a questo sobborgo tanto celebrato. Passammo a fianco del faro, altissimo, costruito per ordine di Re Luigi XII perché la notte serva da guida all’entrata nel porto, che è difficile.
Qui ci apparvero alla vista il porto e la città, costruite tutto intorno ad anfiteatro e semicerchio. È la più bella veduta di città che si possa incontrare. Il porto è vastissimo, benché sia stato ristretto da due moli; ma dicono che sia poco sicuro.
Soli i bugiardi sostengono, e solo gli ingenui ci credono, che Genova sia tutta costruita in marmo; in ogni caso non sarebbe un grande merito, giacché si può dire che qui non esista altra pietra fuor di questa, che del resto, se non è levigata, non è poi bella più delle altre.
Ma è anche una grande menzogna sostenere, come fa Misson, che vi siano soltanto quattro o cinque edifici di marmo; in primo luogo, infatti, tutte le chiese e gli altri edifici pubblici sono interamente fatti di marmo, e così pure una gran parte delle facciate e dell’interno dei palazzi. Se si volesse generalizzare, si potrebbe affermare, con sufficiente approssimazione, che Genova è tutta affrescata.
Le vie non sono altro che immensi scenari d’opera. Le case sono ben più alte che a Parigi; ma le vie sono così strette che Mypont vi può confermare che non esagero se vi dico che la metà di esse non ha più di un braccio di larghezza, per quanto le fiancheggino case di sette piani; di modo che, se da una parte questa città, in quanto a edifici è molto più bella di Parigi, dall’altra ha lo svantaggio di non poter mostrare quanto vale a causa della cattiva distribuzione urbanistica.
Del resto, mi sembra che ci sia un che di ridicolo nell’aver adoperato lo stile architettonico più maestoso, sulle aree più ristrette.
I palazzi spesso non hanno cortili, almeno che si possano chiamar tali. Quando si entra nelle case, vi imbattete magari in quattro peristilii a colonne sovrapposte, messi a racchiudere uno spazio di venti piedi quadrati. Così è dappertutto, eccetto qualche casa della strada Nuova e della strada Balbi, le due più belle della città, superiori a quanto di meglio c’è a Parigi. Le vie principali sono ben lastricate, con un marciapiede di mattoni nel centro, per comodità dei muli, poiché qui un tempo usavano molto le lettighe. Ora non ci si serve più che di sedie a braccio; i trasporti di merci vengono effettuati tutti su traini».

Charles de Brosses
Lettres historiques et critiques sur l’Italie, Paris, Ponthieu, 1799

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Nell'immagine: Luigi Garibbo, Il porto di Genova, 1832, olio su tela, cm 53 x 72
di Linda Kaiser

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