Concerti Magazine Venerdì 30 novembre 2007

Mio nonno era Pertini: il bello del folk

Magazine - Prima di apprestarmi a recensire Mio nonno era Pertini di Marco Stella, urge fare una premessa; sono sempre stato un grande amante del folk cantautorale, specie se in italiano e acustico. Ero quindi davvero curioso di sentire questo disco e devo dire che sono rimasto piacevolmente colpito.

Già dal primo brano Mio nonno era Pertini, title track del disco stesso si capisce che ci troviamo di fronte a un cantautore preparato e con un gran gusto per la bella musica.
La canzone parte con piano e batteria che ricordano le atmosfere del tango e della musica latinoamericana, sul quale il buon Stella canta con trasporto versi di grande intensità emotiva che definire poetici sarebbe riduttivo; a mio avviso il miglior brano del disco.
Messaggi veloci riprende in parte gli stilemi sonori della title track ma sostituisce al piano una chitarra elettrica pacata ma di grande effetto che caratterizza tutto il brano rendendolo sempre più coinvolgente fino all'assolo che tinge di rock il tutto. Gran bel lavoro dietro alle pelli in Gustavo che inizia con un fischiettio davvero caratteristico per poi lasciare lo spazio a un nuovo brano dalla matrice tipicamente acustica in cui trova spazio anche una struggente fisarmonica a condire il tutto con quelle atmosfere folk tanto care ai cantautori italiani.

Ancora la fisarmonica protagonista nella galoppante Vampira, una sorta di patchanka che ricorda da vicino le atmosfere della Bandabardò e del collettivo musicale della Casa del vento; e che nei concerti farà sicuramente la parte del leone.
Rarefatta e onirica è invece Il sogno di Gelsomina, dove l'irruenza della batteria lascia il posto alla chitarra acustica che su un sottofondo di archi ci porta in territori sognanti, ricchi di fascino e melodia.

Terra libera è uno di quei brani che ti fanno ben sperare per il futuro cantautorale italiano.
Dal testo fortemente impegnato, trova il suo punto di forza nella semplicità, con la chitarra acustica sempre in evidenza, sostenuta da un tamburello mai invadente, a cui si sovrappone un'armonica che ricorda vagamente il vecchio Dylan e il nostro De Gregori. Sono infinite le canzoni, ennessimo riuscito brano, trova le sue radici nel blues e nello swing con hammond, violino e batteria spazzolata a mostrarci qual'è la strada da seguire, ricordando quanto fatto in passato da un certo Francesco Guccini, fondendo le atmosfere tipicamente americane con il cantautorato made in italy.

Un disco che dimostra tutto il talento e le capacità di Marco Stella, un musicista, cresciuto disco dopo disco, come non se ne sentivano da molto da tempo. E se c'è ancora qualcuno che reputa finita la stagione dei cantautori italiani, consiglio loro di ascoltare questo album per ricredersi. Canzoni dalla bellezza disarmante e dai testi splendidi per quello che può essere considerato un piccolo capolavoro.

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