Magazine Venerdì 23 novembre 2007

'L'armata perduta' di Manfredi

Magazine - Valerio Massimo Manfredi è giornalista, conduttore di programmi televisivi – vedi Stargate e Tetris, su La7 – docente alla Bocconi di Milano e scrittore. Ma è soprattutto archeologo specialista in topografia del mondo antico. Al suo attivo una serie di romanzi storici che hanno fatto il giro del mondo: da Palladion a Lo scudo di Talos, da L’Oracolo a L’ultima legione, del quale quest’anno è uscita l’edizione cinematografica. Il film, diretto da Doug Lefler, è interpretato da attori come Colin Firth e Ben Kingsley. Ma non si può dimenticare la trilogia di Aléxandros, tradotta in tutto il mondo.

«Ho compiuto studi classici e quello verso l’archeologia è stato un avvicinamento naturale, che poi si è trasformato in passione grazie anche ai miei viaggi in Medio Oriente e in Africa», spiega l’autore, «oggi lo studio del mondo antico mi emoziona ancora, anche se non si tratta più dello stupore del dilettante».
La nuova fatica letteraria di Manfredi si intitola L’armata perduta (Mondadori, 420 pagine, 19 euro), e narra l’epica marcia affrontata per tornare in patria da diecimila mercenari greci dopo la disfatta del principe persiano Ciro. È il 401 a.C. e la sanguinosa Guerra del Peloponneso si è da poco conclusa. La documentazione di questa impresa è giunta a noi grazie all’Anabasi di Senofonte, testo che Valerio Massimo Manfredi ha studiato a fondo e tradotto negli anni '80: «la storia e la letteratura, però, sono due cose diverse. La storia è una disciplina dura, che si apprende nelle aule universitarie, in biblioteca o sul campo. Ci vuole una buona dose di onestà intellettuale: le soggettività sono messe in continua discussione».

«La letteratura, invece, produce racconti emotivi. Siamo dotati di una mente più grande della nostra vita: le aspirazioni sono molte e non sempre riusciamo a raggiungerle. L’uomo ha bisogno di sognare, per questo c’è l’arte: dalla musica al cinema, dal teatro alla letteratura», prosegue Manfredi, «tutti i libri insegnano qualcosa e sono prodotti della storia. Certo, trovo che le storie romanzate siano delle porcherie scritte da persone prive di talento. Il risultato è sempre un orrendo polpettone».
Insomma i libri devono innanzi tutto regalare emozioni. Ma dietro il nuovo romanzo di Manfredi c’è anche uno studio lungo anni: «oggi ho capito a fondo il giallo internazionale che c’è dietro l’antico diario di guerra di Senofonte. Non posso dimostrare che le cose siano realmente andate come le racconto nel libro: certo, sono mie speculazioni, ma questo è un romanzo e posso permettermi di scrivere ciò che ho concluso nei miei studi».

Ciro, giovane principe persiano, chiede a Sparta un corpo di soldati per battersi contro il fratello Artaserse. Sparta sceglie il gioco sporco: non concede a Ciro i soldati, ma gli mostra dove trovarli. Il principe riesce così a mettere insieme diecimila mercenari. Ciro, però, viene sconfitto e ucciso. L’esercito invece sopravvive dando orgine ad un problema internazionale. Sparta invia un proprio ufficiale, che si unisce all’esercito e ne prende il comando conducendolo, senza alcuna apparente ragione, verso l’Asia.
Forse il suo scopo è quello di annientare i soldati perché non facciano ritorno a casa? Senofonte – Xeno nel romanzo – interrompe il diario proprio mentre i soldati si dirigono verso la Mesopotamia: «quando riprende a scrivere i mercenari sono tornati a casa vivi e vegeti. Perché il loro comandante non ha svolto la sua missione? E come si spiega la sua morte poco tempo dopo il ritorno della truppa? Pare infatti che l’ufficiale sia stato avvelenato».

Ma il romanzo non è fatto solo di guerra ed eroismo: la vicenda è vista attraverso gli occhi della bellissima siriana Abira, che per amore di Xeno lascia il proprio villaggio e condivide il destino dei Diecimila: «la cultura di Abira, personaggio inventato da me, è diversa da quella dei mercenari. È stato un modo come un altro per introdurre nella storia il punto di vista di una donna».

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