Concerti Magazine Sabato 17 novembre 2007

1977: Santana non suona a Milano

1977. Settembre. Il 13, un martedì, concerto di Carlos Santana a Milano, Velodromo Vigorelli.
Ci dovevo essere.

Su questo concerto, rimasto nella storia più che altro per tristi motivi extra musicali, è facile trovare traccia in diverse cronache dell’epoca. Io vi racconto la mia, dato che c’ero, cercando di attingere quanto più possibile ed unicamente dagli archivi della memoria.

Organizzare il viaggio era il primo problema, per un ragazzino appena trasferito dalla città in provincia, dove si parlava il dialetto e le relazioni con i coetanei non erano proprio semplicissime. Comunque, sorretto da una gran voglia di andare, saputo che un gruppetto stava preparando la spedizione, mi lanciai, proponendo di unirmi al loro viaggio.

Sui nomi dei miei soci la memoria vacilla: ho presente sicuramente il Lucido, capogruppo e più anziano, e altri tre, di cui uno particolarmente propenso a dilungarsi in racconti di guerriglia urbana. Forse un presagio di quello che sarebbe accaduto.

Oggi la musica di Santana è una cosa diversa, ma all’epoca il chitarrista messicano era veramente in auge presso chi seguisse il rock ed anche il jazz, ed io non mancavo di seguire il trend (cosa che invece ceffai clamorosamente oltre venti anni dopo, all’epoca del rock latino lanciato dal suo cd Supernatural nel 1999, quando, inaspettatamente e con grande frustrazione, trovai tutti i biglietti esauriti ad un Pistoia Blues dove si esibiva il baffuto Carlos).

Si era soprattutto affascinati dal jazz rock di Caravanserai (1972) Bomboletta (1974), o del sontuoso Lotus, triplo live inciso in Giappone sempre nel 1974, che costituiva oggetto di massima invidia per gli amici dei pochi fortunati possessori, una splendida confezione di cartone nero con disegni orientaleggianti, in seguito riprodotta nella modesta veste di un doppio cd. La sua musica si inseriva, anche se un po’ a fatica, nel filone molto in auge della fusione tra i due generi, rappresentato ad esempio dalla Mahavisnu Orchestra del fratello spirituale di Santana, John Mc Laughlin, dai Return to Forever di Chick Corea, o, un gradino più su nella scala dei creatori di nuove musiche, dai Weather Report.

Tutta roba che la rivoluzione punk, all’epoca sul punto di arrivare anche in Italia, avrebbe presto messo all’indice.
Santana aveva sfiorato quei territori, ma sterzando poi su un versante più accessibile, meno jazz e più rock, addolcendo e annacquando la pozione con aromi funky e latini come in Amigos (1976), dominato dalla celebre Europa. Il chitarrista era, fra l’altro, alle soglie di uno straordinario successo mondiale, uno dei tanti della sua altalenante carriera, che sarebbe arrivato con il doppio lp Moonflower (1977), insieme a Supernatural uno dei suoi million sellers.

Ma per l’antico affetto, anche con degli sconosciuti e con le mezze verità tipiche dell’età raccontante in famiglia, a Milano ci dovevo essere.
Al termine del viaggio in treno per Milano non è che la situazione fosse molto migliorata quanto a socializzazione, ma comunque, l’importante era essere in gruppo, anche perchè l’aria intorno al velodromo Vigorelli, un vecchio impianto per le corse in bici, non era delle migliori.

Era il 1977 e disordini, autoriduzioni, attentati e tutto il peggior repertorio di quegli anni era all’ordine del giorno. Per noi, passare da una tranquilla cittadina di provincia, dove il massimo dell’eversione erano cose tipo la scritta “Marte è rosso, la Terra lo diventerà” sui muri del liceo, ad una delle piazze più calde del movimento, era un bel salto e un certo nervosismo serpeggiava.

Entrati nel catino del Vigorelli, ci piazzammo sul prato, abbastanza vicini al palco. Tipi strani ne giravano all’epoca ai concerti, ma in quel momento sarebbe davvero stato difficile immaginare cosa si nascondeva sotto ad eskimo e giubbotti troppo abbondanti.
Il concerto iniziò e ricordo uno splendido palco invaso da un arcobaleno di luci ed una band in gran forma che si gettò a capofitto nel repertorio dei classici più recenti.

Dopo neanche un’ora di concerto si iniziò a vedere volare qualcosa verso il palco: erano pietre e bulloni. Immediatamente la platea iniziò ad ondeggiare per evitare di rimanere coinvolta. Capita la situazione al volo decidemmo di lasciare il prato e rifugiarci nelle gradinate coperte: data la situazione di caos l’unico modo per non perderci era di tenerci per mano. In quel modo attraversammo il prato del Vigorelli, mentre la tempesta di pietre aumentava.

Dalle gradinate vedemmo l’immagine finale della serata, una scena che, descritta e mostrata da tutti i mezzi di comunicazione, sarebbe diventata il sigillo dei concerti in Italia per molto tempo: una molotov o qualcosa di simile lanciata sul palco, ormai abbandonato dai musicisti, e amplificatori e casse che prendono fuoco. Mentre sotto il palco apparivano cartelli con scritto Odio Santana servo della Cia, il caos divenne totale e a quel punto l’unico obiettivo fu di uscire da quel posto e mettersi in salvo. Ricordo una corsa all’impazzata fuori dallo stadio, in un clima veramente surreale, fra sirene e gente che correva ovunque. Ricordo un treno, un locale di quelli con i sedili in legno preso qualche ora dopo alla stazione centrale. Ricordo la prima pagina del Corriere della Sera, letta sul treno, che riportava già la cronaca dei fatti del Vigorelli. Il viaggio mi è rimasto nella memoria come lunghissimo e scomodo e carico di preoccupazione. Arrivato a casa la paura era passata, la voglia di andare ai concerti no.

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