Concerti Magazine Mercoledì 14 novembre 2007

'Allevi Live': polemiche dal web

È uscito da poche settimane nei negozi Allevi Live, la doppia raccolta del pianista marchigiano Giovanni Allevi frutto delle registrazioni effettuate nel corso del Joy Tour 2007. Nel frattempo, su internet, impazza il dibattito e, perché no, la polemica. Venticinque tracce tratte dai quattro album registrati nel corso degli ormai dieci anni di carriera: il suo primo lavoro, 13 Dita (prodotto dalla Soleluna di Jovanotti), risale infatti al 1997, mentre il favore del grande pubblico è arrivato solo nel 2006, con la pubblicazione di No Concept.
Ma Giovanni Allevi si merita davvero tutto questo successo? È questa, alla fine, la domanda che sedimenta in fondo ai blog, alle newsletter, ai forum online.

Il disco, che contiene anche un inedito (Aria), pare - a dirla tutta - un’inevitabile operazione commerciale, confezionata su misura per segnare gli scaffali in vista del carrozzone natalizio e per promuovere i vecchi dischi su cui, dopo la pubblicazione dei live, si concentra l’attenzione dei consumatori. E questo i discografici lo sanno bene.
Ma tutto questo, bisogna dirlo con chiarezza, con Allevi non c’entra nulla. Né con la sua musica. Accusata da tanti di essere "facile", e di riscuotere tanto successo proprio per il fatto di non dire assolutamente nulla di nuovo. Ma forse, su questo, si fa un po’ di confusione.
Infatti il disco è molto piacevole, in fin dei conti una raccolta (pare un best of incollato a qualche applauso, soprattutto perché le esecuzioni sono improntate alla totale fedeltà all’originale) che ha il pregio di far conoscere tutto Allevi, da quello degli spot (Come sei veramente, Back to life) a quello delle incursioni prog, classiche o jazz (New renaissance, Monolocale 7.30 AM, Jazzmatic, Piano karate). Ha soprattutto un altro pregio, quello che accomuna ogni forma di espressione musicale: suscitare emozioni.
Troppi di quelli che se la prendono con questo quarantenne in Converse e T-Shirt, un nerd virtuoso che suscita inevitabile simpatia, prestano troppa attenzione agli aspetti tecnici o compositivi, alle none o alle tredicesime che non ci sono, al fenomeno commerciale costruito (ma davvero?) e fanno finta di non accorgersi che il messaggio trasmesso attraverso la sua musica passa "più in basso".

La musica di Allevi è, indiscutibilmente, popolare, e come le migliori espressioni del genere pesca a piene mani nei bassifondi delle emozioni e nella pancia degli ascoltatori: è una musica che si fa sentire e capire anche da chi non conosce la differenza tra i tasti bianchi e neri di un pianoforte. Differenza che Allevi conosce bene, ed è una consapevolezza frutto di anni di studio e dedizione che lo hanno portato, tra l’altro, ad essere un Bosendorfer Artist (la Bosendorfer è una storica casa viennese di produzione di pianoforti), titolo che condivide con alcuni grandi nomi della musica (Tori Amos, Lionel Richie, ma anche Domingo, Carrera e molti pianisti "puri").
Si può discutere la sua scelta artistica, ma una volta riconosciuta, va dato merito della dedizione che attribuisce al proprio lavoro.

Invece ci sono troppe pretese di "coscienza di classe musicale", aria fritta come le lodi di chi esalta Allevi (sapendo di sbagliare) come il Mozart del nuovo millennio: chi ascoltando Allevi "per moda" finisse ad ascoltare, per gli stessi motivi, Chopin o Stefano Bollani, riuscirebbe davvero ad apprezzarli? Soprattutto, dovrebbe apprezzarli? Per fortuna, no. La musica non può essere e non deve diventare un’ideologia: la sua straordinarietà sta proprio nel fatto che ognuno, alla luce della propria coscienza intellettiva ed emozionale, le attribuisce un significato diverso, frutto delle proprie esperienze.
La storia della musica pop è costellata di musicisti e cantanti tecnicamente poco preparati: molti di loro hanno avuto grande successo suonando musica “facile”, ma nel modo giusto e al momento giusto. Giovanni Allevi, come loro, compone in sintonia con le lunghezze d’onda della cultura popolare, usando, con maestria, però strumenti che attraversano la storia della musica. Questo, forse, suscita l’invidia di molti; per fortuna, al tempo stesso, fa stare bene tutti gli altri.

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