Magazine Lunedì 12 novembre 2007

Il bandito di De Gregori in un libro

Sante Pollastro da Novi Ligure: il celebre brigante dalla «mira eccezionale», reso ancor più celebre dalla canzone Il bandito e il campione, scritta da Luigi Grechi e portata al successo dal fratello Francesco De Gregori.
Le scorribande del Pollastro (come gli piaceva farsi chiamare, sebbene il suo vero nome fosse Pollastri) sono state recentemente ricostruite dallo scrittore lombardo Luigi Balocchi nel romanzo Il Diavolo Custode (Meridiano Zero, 2007, 253 pp., 14 Eu): dai primi assalti ai treni, agli incontri con l'anarchico Renzo Novatore e il ciclista Costante Girardengo, dai giorni degli omicidi a quelli della clandestinità, fino alla fuga a Parigi e alla successiva cattura.

Luigi Balocchi, anche se per pochi minuti, Sante Pollastro lo ha conosciuto davvero: «È successo a Novi, avevo 16 o 17 anni» mi racconta: «entrando in un bar, un amico mi indicò un vecchio signore seduto ad un tavolo spiegandomi chi era. Io non lo conoscevo affatto. Ma andò a finire che ci avvicinammo a lui e scambiammo qualche parola». Pollastro morì poco tempo dopo.

Il diavolo custode appartiene al fortunato genere della biografia romanzata. Ricco di aneddoti sulla vita di Sante Pollastro e di dettagli sulla società tra le due guerre (la cultura posseduta da Balocchi sull'universo criminale di quegli anni é notevole), il libro è stato scritto in sei mesi ma, come specifica Balocchi, «attingendo a materiale sedimentato per anni».
Il romanzo si presenta come una lunga cavalcata in un mondo d'altri tempi riscostruito nel dettaglio grazie a testimonianze certificate e non: «Ho letto due biografie su Pollastro pubblicate negli anni Novanta», afferma l'autore, «ma mi sono basato principalmente sulle tante leggende che circondano il mito del brigante: alcune le conoscevo, altre me le sono fatte raccontare dai vecchi di Novi».

La parabola del bel Santéin - «antieroe che si erge contro il sistema oppressivo della modernità», come lo definisce lo stesso Balocchi - si snoda tra le nebbie della bassa provincia di Alessandria (che - si sa - é già "un po' Liguria"), le periferie di Milano e la Parigi anni Venti, in una fuga continua da regi, polizia fascista e gendarmerie francese. Ma vi sono anche diversi riferimenti a Genova, «per i figli delle pianura profonda, simbolo stesso delle infinite possibilità che la vita poteva riservare»: é proprio «nella Genova antica dai muri diroccati tra il pesto untuoso», per esempio, tra il «barbaro vociare, che brulicava per le calate a mare, gli occhi dei balilla a piedi nudi per le pietre dei carrugi, tra il sale, le acciughe, le focacce stese al sole», che Sante si procura il suo primo revolver.

Ma, a parte i contenuti, la vera novità del romanzo sta nel linguaggio. Balocchi é fondatore del gruppo di ricerca linguistica La Brasca, volta al recupero della tradizione dialettale in chiave di proposta letteraria: «Nel Diavolo Custode ho cercato di fare andare a pari passo l'espressione linguistica con il carattere dell'epoca, in modo da ricostruire un Paese che non c'é più» afferma l'autore. A farla da padrona, quindi, è il dialetto, che conferisce alla prosa una musicalità trascinante: in maniera particolare il novese, non troppo diverso dal genovese, e il lombardo, basato - come mi conferma lo stesso Balocchi - «sulla scansione ottonaria e sulle frasi pronte».

Balocchi, che di professione fa il maestro elementare, sta già lavorando ad un nuovo progetto che tocca da vicino il mondo in cui opera, quello della scuola appunto: «Il protagonista é proprio un maestro» mi rivela, «una figura che alla fine non é troppo distante dalla quella di Sante Pollastro: é un uomo che sta al margine, che non riesce a fare i conti con il mondo che lo circonda».

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