Concerti Magazine Lunedì 5 novembre 2007

Il Cd è destinato a morire? Forse no

Preferisci il 33 giri, la cassetta, il cd o l'mp3? Hai una storia particolare da raccontare? Scrivila a

Magazine - Il fatto che i Radiohead, uno dei gruppi più influenti della attuale scena rock, abbiano deciso di pubblicare direttamente su internet il loro ultimo disco In rainbows, con un sistema che prevede un’offerta libera da parte dell’utente, ha dato il via all’ennesima ondata di commenti e discussioni sul modo di fruire della musica nel nostro prossimo futuro. Canzoni e composizioni diventeranno del tutto immateriali? Si potrà acquistare solo via internet e spariranno i negozi di dischi? I feticisti del vinile e, quelli più rari, del cd si dovranno rassegnare a riempire di file gli hard disks e stoppare il popolamento degli scaffali? Il tema è uno fra i più dibattuti del momento nel settore e mi sembra difficile anche solo azzardare una prospettiva razionale, data la velocità con la quale le smentite si succedono alle notizie per lasciare subito dopo il posto ad altre annunciate rivoluzioni.

Su un dato però molti sembrano concordare: il cd sembra destinato ad una fine prematura. E dato che la sua comparsa non è poi così antica, (facciamo poco più di 20 anni?), non si tratta di una avventura proprio epocale. Per di più il dischetto argentato non ha mai suscitato simpatia universale: un po’ per avere osato la lesa maestà nei confronti del vecchio Lp, sostituendo il sontuoso cartone con la plastica 12x12, un po’ per la freddezza dell’oggetto. Col tempo si sono progressivamente consolidate le legioni dei nostalgici del vinile che da sempre hanno sostenuto l’improponibilità del confronto anche in termini di resa musicale. Personalmente ho battuto entrambi i territori e non ho mai condiviso certi eccessi di affetto nei confronti del vinile. Ci sono stati, specie all’inizio cd veramente pessimi quanto a suono (lo scandalo di Born tu run di Springsteen è stato corretto solo con l’edizione del trentennale), ma mi è sempre sembrato un po’ esagerato andare a cercare il vinile di Exile degli Stones perché: «il basso è molto più presente», come dicevano i patiti.

Tutti questi discorsi sulla fine del cd fanno venir voglia di esaltarne i pregi. Forse per quella solidarietà che a volte scatta nei confronti di chi non se la passa troppo bene. Allora partiamo dai luoghi dove il cd vive. Sempre più rari ed avari di fascino, d’accordo. Sempre più magazzini e meno negozi specializzati. Ma ancora pieni di delizie. Il piacere di cercare fra gli scaffali dei negozi di musica in cerca della novità, della ristampa, dell’offerta o del vecchio disco da poco scoperto credo non potrà essere sostituito da analoghe gratificazioni. Il pellegrinaggio periodico fra i reparti rock jazz e classica, è accertato, ha un effetto rilassante e benefico, che si completa con un senso di soddisfazione, preludio all’impazienza dell’ascolto, se si esce dal negozio col sacchettino di plastica.

C’è chi li compra usati, chi dai marocchini in spiaggia, chi agli Autogrill, chi li presta e poi non li richiede neanche indietro, chi li considera allo stesso modo delle vecchie cassette che venivano abbandonate in auto per anni e in genere seguivano i passaggi di proprietà.
Esiste invece un manipolo (so che esiste, ne ho le prove) di appassionati rispettosi dell’oggetto per quello che contiene e rappresenta: una piccola scatola in grado di far scaturire emozioni, dare i brividi alla pelle, amplificare gioia o tristezza, imparare anche a capire.
Poterla maneggiare, e sentirsi circondato dalle sue moltitudini, accarezzando ambizioni enciclopediche, non è come scorrere le directory dell’hard disk o del lettore mp3.

Beninteso, nulla in contrario con le attuali tecnologie di cui ormai siamo tutti fruitori e bisogna anche ammettere che portarsi in giro l’intera discografia dei Beatles su un apparecchio formato accendino può fare un certo effetto, ma manca il rapporto con la materialità dell’oggetto su cui potere concentrare desideri e voglia di possesso, piccoli feticismi ed orgogliosa contemplazione. Per di più la fruizione della musica in rete secondo me ha un grosso limite: dato che c’è quasi tutto, chi è curioso rischia di passare più tempo a cercare che ad ascoltare. Finisce che anche In rainbows dei Radiohead me lo masterizzo...

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