Magazine Venerdì 2 novembre 2007

Lettino virtuale: lo psicologo risponde

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Magazine - Caro Ventura,
sono Elena, una "prof" prossima ai quaranta. Insegno in un istituto superiore, e sono certa del fatto che questo sia il mio lavoro, nel senso che trovo mi assomigli molto. In altri termini, credo non sarei riuscita a fare altro nella vita, almeno non con lo stesso entusiasmo.
Da qualche tempo in qua, provo un sentimento ambiguo nei confronti dei miei alunni, ed è per questo che mi rivolgo a Lei. I ragazzi sono fantastici, mi obbligano a ridefinire costantemente i miei punti di osservazione, spesso studiano pochissimo, ma l'aspetto relazionale ha sempre vinto. Ultimamente, però, mi accorgo di provare una sorta di strano e per me nuovo fastidio per la loro energia, la loro vitalità, la loro incapacità di tenere ferma la testa su una cosa qualunque. Comincio ad invidiare la loro giovinezza?
Pesa il fatto che io, pur avendo una relazione importante, non abbia ancora trovato il coraggio di crearmi una famiglia, con dei figli miei? Osservo i miei alunni, li ascolto, e rimango travolta dalla loro forza vitale, che mi parla molto da vicino di certi nodi per i quali non ho ancora trovato il pettine adatto. O no?
Grazie dell'ascolto e complimenti (non di circostanza) per la sua bella rubrica.

Elena


Cara Elena,
intanto le farò i complimenti per continuare ad avere entusiasmo in un lavoro difficile come è l’insegnamento, che da qualche tempo vive una crisi di identità che dovrebbe essere più consona all’età evolutiva che non ad una istituzione. E già su questo ci sarebbe da parlare a lungo. Ma torniamo a lei e al suo senso di strano e nuovo senso di fastidio (di cui lei dà una definizione così vaga che potrebbe essere condivisa da molte altre persone con cause e motivazioni anche molto diverse tra di loro.) e proviamo a cercare di capire.
Lei dice di essere vicina ai quaranta, età splendida dove, assieme agli slanci di passione e di entusiasmo, incomincia a coesistere un maggiore senso di consapevolezza, non solo del nostro agire ma anche di come siamo posizionati nella nostra linea dell’esistenza che, adesso, incominciamo a considerare tenendo conto del nostro passato (ricordato) e del nostro futuro (possibile).
I ragazzi non lo fanno. I ragazzi vivono nel presente. E vivono nel “loro” presente. Un presente che per alcuni non ha molti contatti di continuità con il passato e che ha davanti un futuro così tanto infinito da non essere quasi un problema. Certo non è così per tutti, ci mancherebbe, è solo per ricordarci che una delle caratteristiche del nostro “crescere” e del nostro divenire è proprio la constatazione che ad età diverse corrispondono diversi modi di affrontare e di vivere la dimensione “tempo”. A volte questo diventa un ostacolo non facile da superare, specie quando nello scambio relazionale tra età diverse ci mettiamo a parlare di progettualità. Ma è un discorso così importante ed ampio che sicuramente lo avrò scritto molto male.
Diciamo allora che lei parla di “pettini” a persone che potrebbero non essere così interessate all’importanza di essere pettinate e, anche nel caso in cui fossero interessasse, magari sceglierebbero il gel o le “extencion”, o il cranio rasato ed i tatuaggi o chissà che altro e magari anche i pettini, ma chissà se proprio per gli stessi motivi che muovono lei.
Dubbio legittimo se consideriamo che noi siamo ancora a parlare di pettini come ce ne parlavano le nostre mamme nel secolo scorso. Eh sì, quando ripenso a queste cose, a volte, anche io provo un vago senso di inquietudine (anche perché di capelli ne ho più pochini) ma poi mi chiedo se è così importante “il pettine” o che le persone riescano a capire quanto è davvero utile, per il futuro, “avere una testa a posto”.
E devo ricordarmi che quando parlo di “futuro” parlo del “loro” futuro, che non è necessariamente lo stesso mio e anche questo, a volte, mi crea altre inquietudini. Quindi le suggerirei di imparare dai ragazzi, se c’è davvero qualcosa da imparare, così come si impara da tante altre cose, se e quando sono davvero così illuminanti; e di testimoniare e di insegnare ai suoi ragazzi ciò che lei ritiene possa esser loro utile. Poi li saluti, esca da scuola, e si occupi della sua vita. E visto che è sua, cerchi di viverla come sta bene a lei. Quale insegnamento migliore?

di Marco Ventura

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