Magazine Martedì 30 ottobre 2007

Baci e abbracci, Claudia

Magazine - Un saluto veloce a tutti voi, il giorno prima di partire per Berlino, perché poi per un po’ sono in vacanza. Ma prima vi racconto l’ultima.
Dunque lo scorso weekend me ne sono andata a Napoli. Precisamente a Torre del Greco, al Concorso Letterario Nati 2 volte, dove non solo ho passato una serata meravigliosa, ma ho conosciuto persone splendide, come il presidente dell’Associazione Pasquale Corsaro e Rossella Tempesta, entrambi poeti. Ma di loro parleremo un’altra volta, con calma, perché queste due persone e le loro poesie meritano un capitolo a parte.

Volevo raccontarvi qualcosa del mio viaggio di ritorno. All’andata tutto è filato liscio. Un po’ di ritardo accumulato prima di Roma, ma a Napoli siamo arrivati puntualissimi. Io amo i treni. Amo le stazioni. Mi piace stare lì, farmi trasportare, guardarmi intorno, ascoltare i discorsi, leggere, scrivere e dormire. Ciondolare. Non amo troppo gli aeroporti, invece. Non so come mai ma mi sento sempre un pesce fuor d’acqua, la mia imbranataggine supera ogni limite in certe circostanze, mi perdo regolarmente. E poi l’aereo non mi fa stare troppo tranquilla. Meglio stare più vicina alla terra, dico sempre.

Con il treno parti, magari non sai quando arrivi, ma prima o poi arrivi. Infatti domenica scorsa è andata così. Uno di quei viaggi indimenticabili. Mi pareva di tornare con il pensiero a un lungo viaggio su un pullmann che ho fatto in Brasile. Lì è già tanto avere un posto a sedere. Dopo devi solo rilassarti. La meta sarà raggiunta, ma l’orario non è prevedibile. Dunque. Alle sette del mattino sono già in attesa della Circumvesuviana, a Torre del Greco. È vero che il treno è alle nove, ma mi hanno detto che a Napoli c’è il Papa che fa la messa in piazza del Plebiscito, e la voce che gira è che bisogna partire molto presto per raggiungere la città. Infatti il trenino arriva con notevole ritardo. Un signore accanto a me borbotta infastidito che in tanti anni non era mai successo. Lui prende quel treno a quell’ora ogni domenica per andare a trovare la figlia e i nipoti a Napoli, e per lui era sempre stato come un orologio svizzero. Una certezza che la presenza del Papa in città ha fatto crollare.

Arriva già stracolmo di persone d’ogni tipo, scout, bambini, suorine silenziose, signore vestite a festa. Salgo trascinandomi un borsone carico di libri che mi hanno regalato. Ad ogni fermata sempre più gente. Stipati e accaldati, ma va bene così perché quel giorno a Napoli fa molto freddo, arriviamo in stazione. Bene, penso, ora ho tutto il tempo per prendermi un caffè, leggermi il giornale e mangiarmi una sfogliatella calda. E così faccio. Ma poco dopo ecco che annunciano uno sciopero dei manovratori della stazione di Napoli. Alcuni treni verranno soppressi. Rivolgersi all’ufficio informazioni eccheggia una voce dall’alto. Faccio circa mezz’ora di coda al chiosco, con gente infuriata e preoccupata. Ecco il mio turno. Tiro un sospiro di sollievo. Il mio treno ci sarà. Avrà solo un po’ di ritardo. Aspetto tranquilla, insomma si fa per dire. Ogni momento un nuovo ritardo e un treno cancellato. Ma nel frattempo mi guardo intorno. La stazione di Napoli è molto cambiata da come la ricordavo due anni prima. Intanto è pulita, ordinata. Per terra non si trova una cicca né un pezzo di carta.

Poi eccolo arrivare. Prendo posto insieme ad altra gente che tira un sospiro di sollievo. Partiamo e fin qui tutto bene. Arriviamo a Roma e qui comincia l’avventura. Restiamo fermi alla Stazione Termini per un intervallo che mi pare interminabile. Facevo in tempo a scendere e a farmi un giro al Colosseo o chissadove. Finalmente si riparte, ma qualcosa non va. Il treno è gelato, dall’impianto di riscaldamento esce solo aria fredda, quasi ghiacciata. Verso Civitavecchia la gente comincia a starnutire e a tossire. Una signora fa comparire una trapunta da un grosso sacco, la dovevo portare a mia figlia che sta a Pisa ma prima la usiamo noi, dice. Sembriamo su uno di quei treni Transiberiani ai tempi di Anna Karenina. Il controllore si scusa, dice che è un guasto del locomotore, che ci stanno lavorando. A tratti sparisce anche la luce, regalandoci quell’effetto stroboscopico da discoteca.

Il treno rallenta, mi pare vada pianissimo, restiamo tutti zitti, temendo forse che qualcuno venga e ci dica di scendere e spingere. Da uno scompartimento vicino un tizio si lamenta perché dice che gli piove in faccia a causa di finestrino chiuso male.
Arriviamo a Pisa. Mi sposto salutando i miei raffreddati compagni di viaggio e mi dirigo verso il vagone ristorante, sperando che lì ci sia meno freddo. Mi accuccio in un angolo, con un libro, cullando la speranza che il resto del viaggio non sia così malvagio. Dopo una pausa di circa mezz’ora nella stazione di Pisa, durante la quale penso che forse staranno riparando la questione del riscaldamento e della luce intermittente, mi assopisco. A un tratto una voce minacciosa mi sveglia annunciando dall’autoparlante: Signore e signori, ci scusiamo per il disagio, ma a causa della rottura del locomotore, il treno porterà un ritardo non quantificabile.

Un tizio americano sulla cinquantina si avvicina, mi prega di tradurre. Traduco non quantificabile, lui mi guarda stupito, sembra non capire, poi guarda con aria smarrita sua moglie che sorride gentile, dobbiamo andare a Genova, mi dice. Anche io, dico, seguitemi, affermo decisa con tutta l’intenzione di rincuorarli. Ho deciso di adottare i due spaesati americani. Insomma, sento di dover pagare pegno.

Scendiamo e sul binario uno strillone che mi pare uscito da un film neorealista urla : «Quelli per Genova sul binario 6, quelli per Milano vadano ad aspettare sul binario 8!». Sì, perché nel frattempo tutti gli altri intercity sono in ritardo chissadove, ci informa un simpatico capotreno, perciò l’unica soluzione è raggiungere La Spezia e poi chissà, con un altro locale si arriva a Genova.

Ccamon!, faccio ottimista e sorridente alla simpatica coppia del New Jersey affidatami dal destino, e sul binario sei attendiamo la partenza di un regionale per La Spezia, che fa tutte, dico tutte le fermate. Prendiamo posto e appena sistemati con bagaglio e tutto sentiamo uno strano odore provenire dal contenitore dei rifiuti sotto al finestrino. Alzo il coperchio e oddio che schifo, ci sono delle mele lasciate lì da non so quanto. A un tratto la bionda signora (Helen) esclama oh dear, so strange, wonderful! Guardo sotto e vedo una scia nera di formiche che laboriose vanno e vengono dal portarifiuti a qualche posto sotto il sedile di lui (Bob). Entrambi sono come estasiati, quasi entusiasti mi dicono che mai avevano visto un formicaio su un treno. Io avrei voglia di dir loro che neanche io lo avevo mai visto, ma non lo faccio per due ragioni. Primo perché non mi crederebbero. Secondo perché loro trovano tutto questo molto pittoresco, e non voglio deluderli. Provo a scusarmi, non so cosa dire, ma loro tirano fuori una digitale e mi chiedono di fare loro la fotografia con il formicaio. Eseguo. A La Spezia scendiamo e saliamo su un altro regionale che farà regolarmente tutte le fermate fino a Genova. Per fortuna, passando per Framura e Monterosso, ci travolge un tramonto da favola, il tempo è bellissimo, il cielo azzurro, schizzato di rosa e viola e poi ci sono i paesini arroccati sulla costa e il mare lì davanti, mi pare di essere al cinema, mi pare, ed io sorrido e Bob ed Helen scattano foto e sono contenti come bambini.
In quel momento mi dimentico della rabbia che spesso mi assale, non certo per i ritardi dei treni, quello è il meno, perché vivere in Italia non è certo facile, perché abbiamo una classe politica che fa indignare ma che d’altra parte è l’esatto specchio del novanta per cento degli italiani, e le prospettive future promettono anche peggio. Ma anche Bob ed Helen non sono messi poi così bene con il loro George. E allora lascio stare e mi lascio andare al tramonto e al paesaggio e dopo un po’ mi addormento. Anche Bob ed Helen si assopiscono. Tanto c’è tempo. Arriveremo a Genova non prima delle sette e mezza della sera.

Ci si sente tra un paio di settimane.
Mi bevo Berlino e poi vi racconto tutto.

di Claudia Priano

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