Magazine Mercoledì 24 ottobre 2007

Albus Silente è gay. E allora?

Magazine - La notizia è rimbombata in un attimo ai quattro angoli del pianeta: Albus Silente, preside di Hogwarts, la scuola di magia frequentata da Harry Potter ed i suoi amici, il mago più potente della storia, l’unico di cui il crudele Voldemort abbia mai avuto timore, è omosessuale.
Il dettaglio arriva direttamente dalla bocca di J. K. Rowling, la fortunata ideatrice della saga. Non solo, la Rowling ha anche spiegato come l’unico, vero, grande amore di Albus Silente sia stato Grindelwald, il mago oscuro da lui sconfitto nel 1945 e con cui era stato grande amico in gioventù (qui stiamo entrando nei dettagli della saga, scusate).
Ironizzando un po’, è facile immaginare che, se la notizia fosse arrivata alle orecchie dei benpensanti funzionari del Ministero della Magia, sarebbe partita una feroce campagna sulla Gazzetta del Profeta sulla discutibilità delle preferenze sessuali del Preside della Scuola di Magia e Stregoneria. Forse i più ignoranti in materia avrebbero innescato un facile parallelismo omosessualità – pedofilia.
Chissà, magari Draco Malfoy avrebbe raccontato, durante un interrogatorio di Dolores Umbridge, di essere stato molestato in uno dei bagni del quarto piano, per poi ritrattare tutto durante un drammatico confronto con Silente stesso (lo so, ora sto esagerando).

Scherzi a parte, la prima domanda che è sorta spontanea alla pubblicazione della notizia è stata, in fin dei conti: cui prodest? Cioè, cambia qualcosa nella saga rileggendo i sette volumi alla luce di questa notizia? Al primo colpo d’occhio, no. Tanto che il primo dubbio, malizioso ma non troppo, è che il dettaglio sia stato abilmente rilasciato in vista della prossima uscita di una mini-enciclopedia sul mondo di Harry Potter, piena zeppa dei dettagli che non sono entrati nei romanzi, un antipasto delle inattese (e un po’ inutili) novità che la Rowling deve ancora tirare fuori dal cappello. Insomma,
solo un’abile mossa di marketing. Probabile.
Ma andando a leggere un po’ più a fondo la morale di tutta la saga, l’omosessualità di Silente rientra in realtà in uno schema ed in una logica ben precise. In un mondo di maghi potenti e forti, che si nascondono dai Babbani (i non maghi) un po’ per difesa, un po’ per snobismo, e che vivono in una società rigidamente regolata e controllata dall’onnipresente Ministero della Magia, il rischio del totalitarismo (come chiamarlo, altrimenti?) è forte. Ed è quello cui aspira Voldemort, accecato dalla brama di potere e dall’odio verso i Babbani, che a suo dire vanno sottomessi e repressi come creature inferiori.

Come i nazisti perseguivano la purezza della razza ariana, così Voldemort ed i suoi mangiamorte aspirano all’isolamento e all’umiliazione dei "mezzosangue", coloro cioè che non discendono da famiglie di magiche "pure".
Chi viene chiamato ad affrontare tutto questo? Una piccola armata Brancaleone di "diversi": orfani (Harry Potter), secchioni mezzosangue (Hermione), poveri (Ron Weasley e la sua famiglia), mezzigiganti (Hagrid), Animaghi (il papà di Harry, Sirius Black, la professoressa MacGrannit), lupi mannari (Lupin), elfi domestici (Dobby), e chi più ne ha più ne metta.
Cosa c’è di strano, dunque, che il loro mentore, ispiratore e capo sia, a sua, volta, in qualche modo un "diverso"?
Solo subendo la discriminazione se ne può comprendere a pieno la terribile violenza e cercare, con ogni mezzo, di fermarla. Così, solo in questo gruppo può nascere e svilupparsi quella fiducia nell’amicizia e nell’amore che è, secondo la Rowling, l’arma finale contro il male.
Il sopruso genera solidarietà, che a sua volta amplifica il "bene". In fondo il fatto che Silente sia gay non è altro che la conferma di come, nel mondo magico di Harry Potter, ciò che è diverso deve essere sempre visto come una risorsa e mai come un limite o un’anomalia: la stessa diversità di Harry, il suo essere legato a doppio filo all’acerrimo nemico che ha cercato di annientarlo fin dalla culla, sarà uno degli elementi risolutivi di tutta la storia.

Ma se non bastasse, all’interno della saga si celano tutta una serie di "microstorie" che dimostrano e difendono la tesi dell’esaltazione del diverso: da Dobby al centauro Fiorenzo, dalla sorella di Silente alla strampalata famiglia Lovegood.
E così, nella società del capitalismo selvaggio e dell’invidualismo sfrenato (che ha contribuito peraltro a piene mani a nutrire ed a nutrirsi del fenomeno Harry Potter) la storia del maghetto con la cicatrice sulla fronte si può leggere anche (perché la molteplicità di chiavi di lettura proprio non difetta) come un grande e coraggioso proclama a favore della tolleranza e verso l’esaltazione e la difesa della diversità. Qualunque essa sia.
E se tutto questo non bastasse, andate a rileggervi la primissima frase del primo libro della serie, Harry Potter e la Pietra Filosofale, con cui l’autrice descrive la famiglia conforme e perbenista degli zii di Harry, che ancora non sanno di dover convivere con "l’anomalia" di avere un orfano per casa:
«Il signore e la signora Dursley, di Privet Drive numero 4, erano orgogliosi di poter affermare che erano perfettamente normali, e grazie tante».

di Simone Nocentini

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