Magazine Venerdì 12 ottobre 2007

Lettino virtuale: lo psicologo risponde

Se vuoi contattare il Dottor Marco Ventura scrivi una email a lettinovirtuale@mentelocale.it

Ho letto alcune sue risposte alle mail inviatele ed ho deciso di scriverle anche io. Tra breve dovrò affrontare un'operazione non grave, ma in anestesia totale e ne sono terrorizzata. Perché? Mi sento come se fossi condannata a morte. È vero, soffro di aritmie cardiache ma mi hanno sempre detto che non è grave. Aggiungo che, da qualche anno, soffro di fobia dell’autostrada: questo mi impedisce di guidare e spesso ho anche paura se guidano altri.
Ho 37 anni ed un compagno con il quale non faccio più l’amore da anni, perché dice che sono sciatta ed ingrassata rispetto a prima. Ok, è vero: prima non ero così male e ora sono proprio da buttare.
Ho anche un bambino di 7 anni con cui non riesco a comportarmi con la dovuta serenità: ne soffro tantissimo perché lui non ha colpa, ma spesso si trova a subire i miei malumori.
Un'altra cosa di cui mi vergogno è che io dovrei essere una psicologa, perché ho studiato psicologia, ma ho lavorato per poco tempo; poi ho avuto il bambino e non ho più trovato lavoro, anche perché non credo di essere in grado di aiutare gli altri quando non sono in grado di aiutare neanche me stessa.
Ho incominciato una psicoanalisi due anni fai, che poi ho interrotto perché non avevo più i soldi per pagarla. Tra due settimane avrò l’intervento chirurgico e forse ne ho così tanto paura perché già ora non mi sento padrona della mia vita. Inoltre dovermi fidare di qualcuno mi riesce terribilmente difficile. Che valore può dare alla mia vita un estraneo se già io non ne do alcuna?
Mi scusi per lo sfogo, spero in una risposta comunque


Scusarla per il suo sfogo? E perché mai? Siamo qui anche per questo. E già che ci siamo, spero che lei non mi giudichi uno sciocco se credo di avere in considerazione il suo benessere più di quanto lei non creda di meritare.
Capisco i suoi dubbi: "tutti bravi a parlare, ma poi…". Oppure "dice così perché non mi conosce davvero". Magari ha ragione, io non conosco lei e lei non conosce me. Chi può dire?
Però se lei scrive, se lei ha paura, se lei prova a fare qualcosa, allora vuol dire che anche lei - o meglio, una parte di lei - non vuole credere di essere così "da buttare via". Forse è una parte ancora troppo piccola o ancora troppo nascosta, ma è proprio a quella piccola speranzosa parte che vorrei parlare. Per dirle che non è così tanto sola e che le apparenze a volte ingannano e nessuno è davvero padrone della propria vita, ma lo siamo tutti abbastanza per guidare in autostrada. Anche lei. Magari non oggi, e neppure domani ma lei ha 37 anni ed un figlio. Guiderà. E si divertirà anche.
Mi scriva dopo l’intervento.
A presto.



Gentile dottore,
sono un cinquantenne sposato. Quest'anno in vacanza ho conosciuto una donna mia coetanea ed è nata una bella storia d'amore. Per Lei era la prima volta che tradiva suo marito, per me invece è un classico: non sono mai riuscito ad essere fedele in vita mia.
Andava tutto bene, ci siamo sentiti anche quando siamo tornati alle nostre Regioni di origine (io sono siciliano e lei veneta).
Ci sentivamo per telefono e stavamo in contatto via e-mail. Lei mi accennava che le sembrava male per suo marito, che non meritava questo, poi all'improvviso è scomparsa senza una giustificazione o motivo. Non risponde alle mie telefonate o sms e neanche alle e-mail.
Io ci sono rimasto malissimo: mi ero preso una bella cotta per lei e non mi spiego il suo comportamento. Siamo grandi tutti e due, cosa ci voleva a chiudere la storia con dignità? Perché fuggire in questo modo?

Grazie, dottore, per la sua risposta


Perché non c’è più alcuna comunicazione? Cosa vuole che le dica? Ci possono essere molti motivi diversi: dall’essere ricoverata in ospedale per un incidente improvviso all’aver vinto al superenalotto ed essere al sole dei carabi a godersela. Come vede il ventaglio di possibilità è molto, molto ampio e non ha senso tirare ad indovinare.
Tra le tante c’è anche la possibilità che, così come inspiegabilmente questo tipo di storie iniziano, altrettanto inspiegabilmente queste storie finiscono. E, da quanto scrive, credo che su questo argomento lei possa vantare una notevole esperienza.

Ma non le sembra strano che non ci soffermiamo neanche un attimo a chiederci “come mai è cominciata così, per caso, proprio con questa persona tra mille e proprio in quel posto, in quel momento” e , semplicemente, non accettiamo questo “dono” invece di cercare sempre di capire bene, di spiegare, di indagare e di vivisezionare sul “come mai è finita”? E perché non accettiamo mai, con la stessa fatalità, la sua fine? Dovremmo andare a parlare delle nostre pulsioni che riguardano l’attaccamento e la nostra sicurezza ma, adesso, sarebbe troppo.

Lei si chiede come mai non c’è stata una spiegazione chiarificatrice ma, a pensarci bene, non è forse il modo migliore per far capire che è finita davvero? Lei parla di dignità e fa ipotesi di fuga quando in un rigoroso silenzio, a volte, c’è molta più dignità che in tante parole, scuse, giustificazione e spiegazioni che troppo spesso suonano come false o almeno come ambigue. Ambigue perché lasciano aperta una porta, una possibilità di riscatto, una traccia, un’illusione un “qualcosa” che sembra poter durare ancora nonostante si dica che è finita. Mentre un silenzio è lapidario e non dà adito a strascichi. È proprio la fine. Di tutto. O almeno così sembra. E questo spesso ci spaventa. Perché quando non capiamo, quando non riusciamo a dare un significato che leghi tra loro i fatti che sono successi ci sentiamo inermi e impotenti e in questo spazio si insinuano dubbi e sensi di colpa.

Questo cambia i termini della questione e invece che chiedersi “perché ha chiuso così nettamente?” sembra che dovremo affrontare il “come farsi una ragione che sia finita, finita del tutto, una cosa che invece volevamo che continuasse?”.
Già, bel problema. Ma dovrei sapere qualcosa di più di lei per aiutarla davvero. Dico questo perché, altrimenti, il rischio è quello di minimizzare e di ridurre il tutto ad una morale banale. Nelle sue poche righe lei dice che ha una cinquantina di anni, che è sposato ma che non riesce ad essere fedele e non sembra avere particolari problemi ad avere una serie di storie parallele. Solo che questa volta si è preso una “cotta” e c’è rimasto male di essere messo di fronte ad netto rifiuto.
Mi scriva qualcosa di più, perché se è solo questo non credo che ci sia molto altro da dire. A parte che i cinquant’anni sono un momento difficile. Ma questo vale per tutti.
di Marco Ventura

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