Magazine Sabato 6 ottobre 2007

Un giro in Vespa per Genova

Magazine - La mia Vespa monomarcia, promessa cromata di un glorioso passato, fa storcere il naso a tutti: agli amanti dell’originale, perché la ritengono un’indecorosa riproduzione ideata solo per assecondare le necessità della società dell’immagine; al tempo stesso ai veri amanti delle due ruote che ne criticano l’incerta robustezza e affidabilità tecnica.
Lo ammetto, hanno ragione entrambi.

Ma a me piace così, e come si suol dire, de gustibus non est disputandum. E così, tra una critica e l’altra, mi diverto a cavalcarla, nella polverosa delegazione dove lavoro, nelle vallate dell’entroterra o tra le creuze che attraversano in lungo ed in largo, ignote ai più, la città.
Con lei ho incontrato alcuni degli scorci più improbabili e gloriosi che si possano immaginare, e spero senz’altro di non averli visti tutti né, al tempo stesso, di riuscire mai a completarli. Vorrei avere per sempre la certezza che mi anima oggi quando, giunto ad un incrocio, riesco sempre a trovare una direzione che non ho ancora preso ed un intero universo di immagini e luoghi da scoprire.

Mi sento un po’ come Nanni Moretti in Caro Diario: ovviamente la sua, di Vespa, è quella originale, che ha tutto un suo perché. Alla mia, il suo perché, sto provando a darlo io. Come oggi che, tornato dopo tanto tempo a Castelletto, ho provato a cercarlo. Quel confine indelebile che divide la città dalla campagna.

Lo so, mi direte voi, questa ricerca sulle tracce di Pasolini e Celentano.
Là dove c’era l’erba ora c’è una città.
No.
Qui la faccenda è diversa.
Perché non siamo in una delegazione di periferia. Siamo ad un passo dal centro pulsante della città. Tra i palazzi che ospitano da generazioni le famiglie più importanti e più ricche. Quelli che, nel primo levante albarino, al più, hanno un’altra casa. Ma che traggono le vere radici della propria identità e della propria genovesità da qui, dalla zona che un tempo ospitava il castello il cui occupante comandava la città.

Peccato l’abbiano tirato giù, per evitare che l’ennesimo esercito personale cercasse di conquistarlo. La città ha perso un pezzo di storia, ci hanno guadagnato solo i pochi fortunati che si possono permettere un appartamento in Spianata. Che in una città chiusa come Genova, è davvero un tuffo al cuore. Ma la mia Vespa, in agitazione sotto i miei fianchi, risponde, da sempre, ad un istinto più forte. È come quello di Mike Buongiorno, in una vecchia pubblicità: sempre più in alto.
E quindi non c’è scampo, bisogna salire.
Cercandolo, quel punto, dove la ricca città dei potenti, improvvisamente, finisce.

Perché così vuole, inevitabile, l’orografia della collina ripida alle spalle del centro, contro cui vanno a cozzare i millenari tentativi, tutti liguri, di vincere il piano alla forza di gravità.
Il limen, però, prezioso come gli scrigni ed i segreti custoditi in questi palazzi, non si svela.
Per più di un’ora mi perdo tra sensi unici, misteriosi cunicoli e gallerie, vecchi posti d’osservazione tra i palazzi, moderni silos per le auto, creuze spalmate d’asfalto che costeggiano muri coperti d’edera tra vecchi alberi di fico.
Niente.
Me la immaginavo già, la strada che improvvisa finisce in un incerto sterrato tra le sterpaglie.
Ed invece no.
La verzura è lì, ad un passo, se ne sente il profumo ma non si riesce a toccarla con mano. Si intravede tra un palazzo e l’altro, ma pare prigioniera, racchiusa nei confini di una città che in realtà la vuole escludere.
Rinuncio, dopo l’ennesima creuza parkinsoniana la Vespa chiede una tregua e mi riconduce verso strade più frequentate e meglio pavimentate.

È ora di fare un passo in centro, è uscito l’ultimo romanzo su Bacci Pagano: un altro che, con la simbologia della Vespa, ci va a nozze e che avrebbe sicuramente qualcosa da dire, sia sul mio scooter che sulle cose che facciamo insieme.
Prima di deviare verso il centro, però, mi trovo ad un passo dall’ennesima cartolina che non mi voglio e posso perdere.

Sono alle spalle dell’Albergo dei Poveri, sovrastante la piccola valle dove ci sono le serre del servizio giardini e foreste del Comune di Genova, e da qui si riesce davvero a comprendere, nella sua interezza, la grandiosità e la decadenza di quello che avrebbe dovuto diventare il più grande polo universitario della città.
Avrebbe: ma questa è un'altra storia.
Mi infilo attraverso un cancello aperto che mi permette di osservarlo da un posizione privilegiata. Ci sono i grandi cortili alberati, la struttura a croce latina, i campanili: perfino in quelle parti in cui non è mai stato completato, l’Albergo è grandioso e geniale. Un Invalides di noialtri che, ovviamente, stiamo lasciando cadere a pezzi. Ancora una volta, allargando lo sguardo, resto stupido dalla lucidità degli ideatori di questa parte di città, che hanno lavorato in un’epoca in cui ancora si progettavano le città, si misuravano e raccoglievano gli spazi, dando un senso allo sviluppo dell’uomo. In valli strette e disordinate, hanno condensato il caos, con strade dritte, scalinate e passaggi quasi segreti, regalando uno straordinario senso di armonia. Quando, cinquant’anni fa, le auto erano un privilegio, questi quartieri dovevano essere città e giardini ideali.

A risvegliarmi da queste meditazioni nostalgiche ci pensano i clacson che vengono dalla strada.
Ed è quando mi volto che mi accorgo che il cancello che ho varcato poco fa si è chiuso, troppo silenziosamente, alle mie spalle. Sono in trappola, prigioniero di un silos per auto in cui si entra dall’alto. È chiaro, ho beccato l’entrata aperta per sbaglio, e non dovevo varcarla.
E adesso?
Provo a scendere fino in fondo, ma mi trovo solo davanti a sei piani di box colorati e deserti. Non c’è un custode. Non c’è un numero di telefono. Non c’è il nome di una ditta responsabile della struttura.
Sono proprio in trappola.
O, almeno, lo è la mia Vespa. La parcheggio davanti al cancello e cerco l’uscita pedonale, almeno quella ci sarà, no?

Mi ritrovo nei giardini di Corso Firenze, e la mia vespetta se ne sta là, dall’altro lato di quel cancello in ferro battuto che all’occhio distratto nasconde la sua intimità meccanizzata.
Chiamerò i Vigili, penso. Probabilmente mi beccherò una denuncia per violazione di proprietà privata, quando qualcuno verrà ad aprire il cancello. Siamo fatti così, la miglior difesa è l’attacco. Ma non vedo un’altra soluzione.
Che invece mi si presenta improvvisa, sotto la forma di una figlia della Genova Bene, con matrona al suo fianco, alla guida di un mega SUV. Alberga per un po’ davanti al cancello, in attesa, e non capisco se la stupisce la mia Vespa dall’altro lato del cancello o se, invece, non trova il telecomando.
Passa qualche secondo e finalmente il lampeggiante inizia a pulsare e il cancello ad aprirsi. Mi fiondo dentro, premo lo starter e mi preparo a levarmi dai piedi: non vorrei che la signora avesse anche voglia di rimproverarmi.
Mi rinfilo in Corso Firenze e vado verso Manin: la scampagnata è finita, e lo sa anche la mia Vespa. Mi rendo conto che, alla fine, la cosa è durata pochi minuti, ma avrei potuto restare lì per ore. E inizio a ridere da solo come uno scemo.

Eh no. A Bacci Pagano, a cavallo della Vespa nella sua Genova di tetti e di sole, una cosa così non sarebbe successa.

di Simone Nocentini

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