Magazine Venerdì 5 ottobre 2007

Lettino virtuale: lo psicologo risponde

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Magazine - Ho 26 anni. Dopo più di sette anni e mezzo, ieri sera sono stata lasciata. Per telefono. Anche se lui non avrebbe voluto farlo in quel modo, io l'ho costretto a parlare.
Lui è sempre stato un lavoratore impeccabile e ha dovuto sopportare un padre che si ubriacava, fumava e di vedute alquanto strette, dei fratelli che ha sempre aiutato e che gli hanno negato il loro appoggio quando ne aveva bisogno, e infine... per caricare tutto lo stress accumulato, mi ci sono messa anche io.

È colpa mia se sono stata lasciata, lo so! Ho conosciuto un ragazzo in chat, col quale abbiamo iniziato una storia per telefono. Ci siamo incontrati e abbiamo fatto l'amore. Abbiamo continuato a sentirci per telefono: io sapevo che stavo sbagliando, ma non riuscivo a dire basta a questa storia.
Sapevo che avrei fatto del male al mio ragazzo e che me lo stavo facendo anche da sola. Un giorno il mio ragazzo mi ha accompagnato a fare un corso di formazione, e mentre io stavo seguendo la lezione lui, che era rimasto solo fuori ad aspettarmi, ha iniziato a curiosare nel mio telefonino (cosa che non aveva mai fatto prima di allora), e ha trovato un messaggio che faceva capire tutto.

Non voleva crederci, allora ha copiato il numero sul suo telefonino e ha chiamato. Io ho finito il corso, sono uscita, sono andata da lui e ho iniziato a raccontare quello che avevamo fatto durante la lezione. Lui era silenzioso, pallido in faccia, e con la pelle gelata.
Dovevamo aspettare mio fratello che venisse a prenderci, e nel frattempo cercavo di capire cosa avesse... ma nulla.
Mio fratello è arrivato e siamo andati a fare un po di spesa. Ho preso il telefonino per fare uno squillo all'"altro" e dopo pochi istanti è arrivato il mio ragazzo e mi ha chiesto a chi stessi telefonando.

Io logicamente ho detto una bugia e ho risposto: «ad Antonella. Perché?». Lui ha controbattuto: «Ad Antonella o Antonello?». Mi è caduto il mondo addosso. Lui ha iniziato a dire che voleva tornare a casa, che sperava non fosse vero quello che era successo e invece aveva avuto la conferma. Allora ha preso il telefonino e lo ha chiamato. Gli ha detto di tutto e di più, anche che io sarei stata tutta sua, perché lui non mi voleva piu.
Siamo usciti dal negozio, io piangendo e lui infuriato: si stava sentendo male. Da quel momento in poi è iniziata la nostra fine.

Lui si era messo di buona volontà per cercare di lasciarsi alle spalle tutto, ma non era più lo stesso... non solo con me, ma con chiunque gli stesse vicino. Da circa un mese si faceva sentire sempre meno, mi cercava sempre meno. Fino a ieri, quando per telefono gli ho chiesto di dirmi cosa stesse pensando. L'ho dovuto costringere, ma alla fine mi ha detto che non ce la fa più a fingere che non sia successo nulla, che lui è cambiato, sta male, che è lui ad essere il problema.
Mi ha lasciando dicendo che forse è meglio se per un po' non ci vediamo, rimaniamo in contatto come se fossimo amici, ma che piu nulla sarà come prima.

Ha detto che ora Deve capire cosa fare, che ho tradito la sua fiducia, che ero l'unica persona di cui pensava di potersi fidare e che adesso è rimasto solo.
Poi tra lacrime mie e voce spezzata sua, abbiamo chiuso. Ecco tutto. Ora chiedo a lei cosa posso fare. Sempre ammesso che ci sia qualcosa da fare. Lui è la mia vita e non riesco ad accettare il fatto di perderlo a causa di un mio sbaglio inutile.

Grazie.


Lei chiede aiuto… ed io non posso non rispondere alla sua richiesta. Ma "aiuto" per cosa? Essere lasciati al telefono non è certo una bella cosa, ma come lei stessa spiega, è stata quasi lei a spingere perché così avvenisse.
E comunque, a parte il modo, essere lasciati è comunque un momento difficile. Ma lei stessa ha fatto molte cose per fare sì che questo accadesse. E quindi, leggendo la sua lettera, ricca di descrizioni, sembra quasi che sia accaduto proprio quello che lei, o almeno una parte di lei, voleva che accadesse e, mi scusi, non posso credere che lei non se ne sia accorta già da sola.
Adesso ,però, lei è in crisi, in lacrime e chiede aiuto. E sembra che sia una parte di lei che chiede aiuto (e perdono e comprensione) per quell’altra parte che, invece, non era contenta di questa situazione. Poi cita una frase che credo di avere già sentito troppe volte: "lui è la mia vita e non riesco ad accettare il fatto di perderlo", ma proprio perche l’ho già udita troppe volte, detta da troppe persone, in troppe storie simili, e ormai, in queste occasioni, suona più come un epitaffio di circostanza che non come un genuino sentimento.
E dunque torniamo all’aiuto, che credo non potrà essere altro che starle vicino a farla riflettere che forse questo "lui" non era, in realtà, tutta la sua vita e che, in questo senso, lo aveva già perso da molto tempo, o meglio scoprendo che nella sua vita c’era bisogno di altro e che, già da tempo, non era poi così importante per lei.
O forse che, sì, per qualcosa era importante ma forse non così tanto importante per tutto. Dunque credo che cercherò di aiutarla a pensare che, invece di disperarsi ci sarebbe da fermarsi a guardare l’orizzonte e cercare di capire. Di capire cosa c’è, davvero, dentro di lei. Perché "la sua vita" è quella che la aspetta, da domani. E bisogna che arrivi ad avere un'idea di quante anime esistono dentro di lei e di come fare perché si tengano tutte per mano.
E tutte assieme siano soddisfatte del "lui" che ha al fianco. Ora, mi sembra che sia chiaro che questo dei "lui" non è il vero problema, ma è solo un riflesso, il vero punto della situazione è che a 26 anni è tempo di scoprire e rivalutare dentro di sé una nuova "lei".
E questa nuova "lei" quando dice "è colpa mia" dovrebbe capire che bisogna togliere la parola "colpa" e ammettere che a lei questo rapporto non andava più bene e cercare di capire, senza barare, perché non andava e non già di chi era la colpa. Mi permetto di dire che a volte la sua lettera sembra quella di una bambina che si scusa con i genitori per aver rotto un vaso "a cui teneva moltissimo".
Ma qui, ora, non stiamo parlando di questo e sarebbe anche utile capire come mai si sente in dovere di scusarsi e voler ammettere a tutti i costi il suo sbaglio come se dovesse giustificarsi per le sue scelte che in realtà ricadono principalmente su di lei. È lo stesso discorso di quando dice uno "sbaglio inutile". Sbaglio? Inutile? E se invece fosse proprio il risultato giusto di una sua volontà? Una volontà che lei cerca di nascondere anche a se stessa? Sono sicuro che varrebbe la pena che lei ci pensasse su, anche perché non credo che le sarei di aiuto nell'accettare che veramente tutto questo sia frutto di un – piccolo, sciocco casuale- sbaglio inutile.
E per questo, se di aiuto lei ha bisogno, credo che questo sarà nel senso di darle una mano per sentirsi più libera e più sincera con se stessa, perché è solo con con questa conoscenza delle proprie pulsioni (anche di quelle non del tutto limpide) che lei può sperare di superare questo momento per cercare un nuovo rapporto in cui stare bene, prendendo su di sé la responsabilità delle sue scelte, sia nel bene che nel male.
Non saprei dirle se con questo "lui" o con un altro. Ma sicuramente con una "lei" più grande.
Spero di averla aiutata. Davvero.

di Marco Ventura

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