Concerti Magazine Giovedì 4 ottobre 2007

Greenslade: il progressive targato '70

Magazine - Uno pensa di avere finalmente trovato uno dei rari LP non ristampati in cd, una vera gemma progressive anni '70 da fare invidia a e al suo Centro studi.
Uno, dicevo, si prepara a ripassare la storia dell'oscuro gruppo sicuramente dissolto da decenni, con moog e batterie venduti a qualche antiquario e nuove carriere da produttori o session man. Uno già immagina come riepilogarne le imprese musicali, pregustando l’effetto della riscoperta presso gli appassionati.

Oltretutto viene a sapere che il suddetto LP è quotato una fucilata nei mercatini paleo rock ed è incerto, quindi, se tenerlo o venderlo per completare l’opera omnia di Keith Jarret.
E poi, mannaggia a internet che svela tutto e fa durare le illusioni il tempo di aprire la home page di Allmusic, scopre che non solo Bedside manners are extra dei Greenslade del 1973 è ristampato in ben due edizioni digitali, 2001 e 2006, ma che, addirittura, la band inglese composta dai due ex Colosseum Dave Greenslade, alle tastiere, e Tony Reeves al basso, dopo 23 (ventitre!) anni di assenza dalle scene, nel 2000 si è riformata ed ha iniziato a incidere dischi con i vecchi pezzi dal vivo, ultimo dei quali Feathered friends l’anno scorso.

Vabbeh, mi piace lo stesso parlarne. Non perché si tratti di un’opera fondamentale né in qualche modo rilevante nella storia del rock, da qualsiasi punto la si voglia esaminare. Anzi, direi, un disco assolutamente trascurabile. Figlio minore di un movimento che poteva vantare ben altri campioni, i Gentle Giant per esempio, e cucinato a base di un prog leggero, ricco di svolazzanti tastiere, con qualche residuo dei modi jazz dei ben più influenti Colosseum ed un cantante, Dave Lawson, che sembrava talvolta capitato per sbaglio in mezzo alle fughe di synth e ai lunghi intermezzi strumentali che dominavano i solchi.

E allora perché tirarlo fuori dagli scaffali del tempo? Perché tutte queste considerazioni di oggi, all’epoca in cui maneggiavo quotidianamente quella copertina con lo splendido disegno di Roger Dean, una sorta di dea Kalì verde che era il marchio di fabbrica del gruppo, per estrarne il pesante vinile, non mi sfioravano minimamente.
Invece, come a volte capita, come a me è capitato, quel disco trascurabile per me era importante. Ascoltare i Greenslade mi faceva sentire originale e mi esaltava nei piccoli grandi eventi dei quindici anni, in contatto con una presunta comunità di pochi eletti a buon diritto distinta dalla folla delle discoteche.

Mi sembra di averlo avuto in regalo dalla collezione di mio zio, in cui il prog rock non era proprio fra i generi più gettonati, e deve essere stato uno dei primi dischi miei, insieme a qualcosa di Emerson Lake and Palmer e alla colonna sonora di Jesus Christ Superstar, che avevo invano tentato di trattenere da un prestito.
Era il periodo in cui l’aggettivo commerciale veniva usato come dispregiativo, secoli prima che servisse ad identificare (mai capito il perché) un genere di musica da ballare nei club. Mentre sommamente apprezzata era l’opera oscura e magari inaccessibile, purché preda di ristretti manipoli di adepti.

Ma a parte le analisi socio-rock, deve essere stato proprio il periodo particolare, l’età, a farmi rimanere impresso quel disco ancora oggi, a farmelo collegare idealmente ai primi flirt con la ragazzina dai capelli rossi che sopportava, un po' paziente un po' no, decine di telefonate.
Insomma, i Greenslade. Immagino che, come molti sopravvissuti degli anni '70 avranno un aspetto terrificante, ma preferisco evitare foto odierne e non ho alcuna voglia di ascoltare cosa combinino ai giorni nostri. Per me sono rimasti quelli di Bedside manners are extra. Improbabili ed esaltanti, come spesso è l’adolescenza.

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