Magazine Venerdì 28 settembre 2007

Lettino virtuale: lo psicologo risponde

Se vuoi contattare il Dottor Marco Ventura scrivi una email a lettinovirtuale@mentelocale.it

Perché vede, dottor Ventura, io da tempo me lo chiedo, se sono proprio sbagliata, intendo. Insomma, cosa c'è che davvero non va? Una psicoterapia iniziata nel 2002 e tutt'ora in corso, consistenti disturbi d'ansia che al momento tengo sotto controllo grazie a una terapia farmacologica, un'eterna insoddisfazione per tutto e tutti, nonostante la consapevolezza di aver avuto parecchio (famiglia un po' problematica ma non certo tragica, tante possibilità, gli studi, ora un lavoro che amo, relazioni importanti, compresa quella che sto vivendo attualmente), la costante sensazione di essere fuori tempo e fuori luogo... Con la psicoterapia e i farmaci va un po' meglio, ma posso continuare così ancora per molto? Ho passato da poco i trenta, ma ho la sensazione di avere ottant'anni e nulla da attendere. Insomma, è tutto così difficile, sento gli spigoli dell'acqua, e non è bello.
Non so cosa fare.
Grazie per il tempo e l'attenzione.

Daria

Certo che con il suo titolo mi ha proprio catturato. Cercare gli spigoli dell’acqua è una definizione così bella che inevitabilmente mi trovo a doverle rispondere. E non dovrei perché vede, gentile Daria, lei è gia seguita sia in psicoterapia che farmacologicamente da specialisti che sicuramente la conoscono meglio di me e che meritano tutto il mio rispetto. Solo che il suo cercare gli spigoli nell’acqua mi affascina.
Sarà perché è una spiegazione poetica, oppure perché è semplice e allo stesso tempo meravigliosamente esauriente. Così mi vengono in mente molte altre persone alle quali si potrebbe adattare alla perfezione. Persone che passano gran parte della loro vita a cercare il modo di dare una risposta a qualcosa che, semplicemente, non può avere quel tipo di risposta e forse dovrebbe essere affrontato diversamente (e forse proprio perché non lo si vuole o non lo si sa affrontare diversamente che ci si ostina ad affrontarlo nell’unico modo che si conosce).
Watzlawitch diceva che "per chi ha in mano solo un martello tutti i problemi sono chiodi" e può essere frustrante piantare chiodi nell’acqua. Almeno quanto cercarne gli spigoli. E, parlando con un'altra di queste persone, mi ricordo che alla domanda "ma perché mi faccio del male?" era venuto fuori come, nell’approccio Freudiano esiste una forza, l'eros, che è un istinto di vita ed una tanathos che, al contrario, è un istinto autodistruttivo. Ma poi, nella metà del Novecento, altre correnti psicologiche hanno ipotizzato che, in effetti, noi abbiamo solo un istinto di vita il quale, talvolta, nel tentativo di fare del bene sbaglia i suoi conti e le sue strategie, producendo risultati decisamente negativi. Questo ha prodotto quella filastrocca che recita: "noi abbiamo il bene, ma speriamo nel meglio e viviamo nel male per paura del peggio".
Detto questo, glielo giuro, l’acqua, l’aria, il fuoco ed anche tante altre cose NON hanno spigoli e vanno benissimo così. Ma questo lo sa anche lei. Quindi resta da chiedersi come mai, ad un altro livello, lei si senta più sicura nel cercare di scoprire gli spigoli anche dove spigoli non ce ne sono, al punto da stare così male nel non trovarli (o nel volerli mettere anche se non ci stanno). Ma credo che, nel rispondere a questa domanda, lei sia già in buone mani.
Non ho nient’altro da dirle e forse non le sono stato neanche così tanto d’aiuto. Forse lei si dimenticherà di queste poche righe, ma io non credo potrò mai dimenticare lei ed i suoi "spigoli nell’acqua".


Buongiorno,
scrivo perché misono ritrovata in un concetto, presente nella , dove una ragazza di 22 anni chiedeva il Suo aiuto in merito a scelte sbagliate e piccoli rifiuti.
Personalmente, riconoscendomi appieno nelle emozioni provate da: "chi ama con tutta se stessa le persone che contraccambiano facendo soffrire" non credo che l'attaccamento sia frutto di piccoli errori, né tantomeno di qualcuno che ci insegni che l'amore può essere bello anche se ricambiato.
Sappiamo tutti che si può amare ed essere riamati, ma certe persone, come me, ricercano inconsciamente qualcuno a cui indirizzare le proprie attenzioni che non sia interessato a un rapporto serio e duraturo, oppure qualcuno che ci utilizzi come madri, crocerossine, amanti... Il tragico è che più ci trattano male, più noi ci attacchiamo credendo fermamente - e sbagliando - che prima o poi il nostro amore sarà ricambiato e che "un giorno" potremo essere felici insieme.
Ho scritto "sbagliando" perché consciamente so che una relazione di questo tipo non può portare a nulla. Ma ogno volta è come se mettessi in atto una sfida, ci ricado e ci ricredo fino in fondo, fino a farmi malissimo, soffro alcuni mesi e quando sto meglio la mia nuova scelta è un altro uomo che non vuole nulla. Perché lo faccio?
Probabilmente perché le emozioni che provo nei "momenti positivi" della storia sono talmente struggenti da non riuscire a vivere senza. Allontano gli "uomini normali", quelli che mi vogliono bene, che mi stimano, che sono dolci e mi danno affetto, relegandoli al ruolo di amici cari, non provo nessun tipo di attrazione fisica per loro e credo che sceglierli come compagni per bisogno di compagnia mi renderebbe totalmente infelice. Allo stesso modo soffro la solitudine, il non aver vicino una persona, soffro la gente che continuamente mi chiede: "come mai, a 32 anni, non ti sposi tu che hai tutto, sei bella e intelligente?". E la risposta dentro di me è sempre la stessa: certo che mi sposerei, farei anche un figlio, con LUI.
Lui non è altro che l'uomo sbagliato di turno, sul quale ripongo tutti i miei sogni e le mie aspettative, che voglio a tutti i costi e alla fine lascio - lo lascio io, di solito - stremata da mesi di sofferenza.
Ora chiedo a lei il perché di tutto questo. I manuali di psicoterapia m'insegnano che di solito "l'amare troppo chi non ci vuole" è frutto di traumi infantili. Io non ricordo di averne avuti; l'unica cosa è che ho perso il papà per un incidente stradale quando avevo due mesi. Mia mamma mi ha cresciuta da sola, con serenità, facendomi vivere una vita fin troppo degna e non si è mai più accompagnata ad un uomo in mia presenza, né ha mai portato in casa altre persone.
Ho pensato, forse, dato che non ho avuto la famiglia del Mulino bianco, composta da quattro figli, un cane e due gatti non sento la necessità di formarne una mia. Mi domando: si può vivere una vita di momenti? Vivere emozioni brevi ma intense e non costruire mai nulla di solido? "Certo", mi rispondo.
Il prezzo da pagare è la solitudine e la singletudine, mentre le tue amiche porteranno a spasso i loro bimbi nelle carozzine e tu resterai l'amica "strana", la zia di tutti, quella da vedere ogni tanto, nei momenti liberi... Penso: "io non voglio questo". Ma allora perché?

Buongiorno Carola,
sono contento che lei abbia scritto e spero di essere all’altezza delle sue aspettative. Che mi sembra siano molto alte. Intanto perché mi sembra di capire che lei ha già letto numerosi "manuali di psicologia" e quindi è già avanti nelle sue elaborazioni cognitive e poi perché il suo "problema" è veramente un problema difficile, così tanto che mette in crisi non solo lei, ma molte altre donne e uomini che si trovano in situazioni analoghe. E quindi non credo che riuscirò proprio con queste poche righe a trovare una soluzione definitiva. Però ci proverò e vorrei incominciare evidenziando alcuni punti della sua lettera che mi hanno colpito più di altri: ad esempio quando dice che "inconsciamente" si trova a ripetere le stesse storie fallimentari.
Ma qui sorge la prima domanda: cosa intende lei per inconscio? Se è un qualcosa che "non si sa come, ma è così e basta" come una sorta di destino immutabile, allora temo che né lei né io possiamo pensare di essere così onnipotenti da cambiare il destino e mi sa che dovremo rassegnarci a vivere il nostro karma.
Se invece per inconscio intende un qualcosa che agisce, si forma e si trasforma secondo delle regole e delle strategie diverse da quelle cosiddette razionali e consce, allora qualche cosa da dire l’avrei e qualche speranza ci sarebbe. Intanto questa premessa vorrebbe significare che questo inconscio in qualche modo (e non necessariamente solo attraverso un trauma) si è creato. Che se si è strutturato è stato in risposta a qualcosa e che se, in passato, questo inconscio in qualche modo si è creato, magari per essere utile allora, oggi, potremmo fare qualcosa per modificarlo, almeno in parte, o riaggiornarlo. Per essere nuovamente utile e permettere una vita, di relazione, ma anche personale, più serena.
Per cui la domanda perché sono così?, che è molto intrigante, potrebbe essere un esercizio di speculazione filosofica e forse anche una delega di responsabilità, mentre la domanda come faccio per cambiare? potrebbe essere più interessante, perché poterebbe ad una evoluzione del suo stato, conscio ed inconscio, ed allora sarebbe tutta un'altra storia. E non dico che sarebbe facile, non fosse altro che, a volte cambiare ci spaventa ancora di più del dolore che proviamo col ripetere i nostri sbagli. Quindi dirò solo che ci sono i modi, le teorie e la prassi per renderlo possibile. Ci pensi su. E scopra quanto davvero le interessa.
A risentirla.
di Marco Ventura

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