Magazine Lunedì 24 settembre 2007

Marco Candida: il mondo in un post-it

Pubblichiamo un estratto del romanzo d'esordio di Marco Candida, La mania per l'alfabeto (Sironi Editore, 2007, 300 pp., 14 Eu).

Scheda del libro
Michele, venticinquenne lavoratore precario, è addetto alla Qualità in una ditta che produce asfalto ma, soprattutto, è consumato dalla mania per la scrittura. La sua camera e il suo ufficio sono invasi da una distesa di fogli e foglietti: attaccati ai muri, sparsi sul pavimento, traboccanti dai cassetti e dalle tasche. Su ciascuno sta scritto qualcosa che Michele immagina di poter, un giorno, inserire in un suo libro.
A causa della sua mania, sarà licenziato dal lavoro, mal tollerato in famiglia e perderà l’amore di Savemi, la sua ragazza. Finirà per rintanarsi nel mondo illusorio del libro che ossessivamente cerca di comporre e nel quale trasferisce e trasfigura il mondo reale.

primo post-it

finito il paragrafo, Michele clicca sulla tendina Modifica in alto a destra dello schermo, all’interno della tendina clicca su Seleziona tutto, sposta la freccetta sulla sinistra dello schermo e dalla barra degli strumenti clicca sull’icona Giustifica, osserva le parole allineate sullo schermo e i trattini della sillabazione automatica ai lati del testo, poi abbassa lo sguardo sulla tastiera e per la prima volta dopo molti anni si rende conto che quello che ha davanti è tutto il suo mondo. le lettere, i numeri, i segni di interpunzione... per lui sta tutto lì. per qualcuno può essere la città dove abita, o il campetto di calcio dove gioca, o il bar dove trascorre le nottate con gli amici, o gli uffici dell’azienda dove lavora, o le navi, o i luoghi esotici... qualcuno può raccontare una storia per ogni marca di bottiglia che conserva in cantina, qualcuno per ogni via della sua città, qualcuno per ogni biglietto aereo che tiene nella scatola dei sigari nel secondo cassetto della scrivania, qualcuno può raccontare storie per ogni cicatrice che ha sul corpo e qualcuno per ogni paio di scarpe coi tacchetti che tiene nell’armadio del ripostiglio... qualcuno può dire: «mia moglie, la mia bambina, il lavoro in banca, d’accordo... ma sul mio mondo non ho dubbi: le corse dei cavalli», qualcun altro può dire: «sono nei quadri dirigenziali, la ditta mi ha messo a disposizione l’ultimo modello di una tra le automobili più belle e accessoriate, mangio nei migliori ristoranti tutto spesato, ho una famiglia, e sto proprio bene, ma se potessi lascerei tutto per trasferirmi nei mari tropicali... è quello il mio mondo». a Michele, invece, basta guardare la superficie bianca della tastiera. guarda la T, la L, la D… guarda gli accenti, le parentesi, i punti di domanda... e non ha dubbi: il suo mondo, pensa, sta tutto lì.
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secondo post-it

Michele ha venticinque anni e adesso è nella sua stanza. sono le sette di sera di un fine settimana e come quasi ogni giornata quando sta a casa da lavoro, ha appena finito di scrivere. i suoi genitori non ci sono e alle sue spalle Savemi è stesa sul letto con indosso solo il reggiseno e le mutandine e si è addormentata davanti al televisore a volume azzerato. succede sempre così. Michele siede alla tastiera del computer e comincia a scrivere, Savemi sfoglia qualche rivista di poesia, legge qualche pagina di romanzo (nella stanza di Michele ci sono moltissimi romanzi), guarda un po’ di televisione, protesta un po’ perché vorrebbe uscire («hai finito? ma non mi porti da nessuna parte?») e poi si addormenta. quasi sempre Savemi si addormenta per il ticchettio regolare delle dita di Michele sulla tastiera. è l’unico effetto che gradisce della sua attività di scrittura – non direbbe mai di //scrittore//: questa è una parola che in presenza di Michele Savemi ha imparato a non pronunciare.

terzo post it

È da quattro anni che esce assieme a Michele ma Savemi non ci ha messo molto per capire che la sua più grande rivale sarebbe sempre stata la tastiera del computer. davanti alla tastiera qualunque cosa per Michele sembra dissolversi e non avere più importanza. è il suo potere: il potere della tastiera. Savemi non sa se questo sia anche il potere della scrittura, ma da come Michele si è sempre seduto davanti alla tastiera e da come l’ha sempre guardata e toccata, certamente in modo irrazionale Savemi ha sempre creduto che questo almeno sia il potere della tastiera. quando Michele siede davanti a lei gli oggetti intorno non ci sono più, le persone non ci sono più e non ci sono più nemmeno i problemi. più di una volta Michele le ha ripetuto di non far altro che raccontare di oggetti e di persone che ha toccato e che ha conosciuto, di viaggi che ha fatto, di cose che ha visto, e di non far altro che scrivere dei suoi problemi; ma se Savemi osserva lo sguardo di Michele quando ha finito di scrivere, non le riesce di credere che ci sia qualche attinenza tra quello che le sta intorno e quello che Michele ha appena fatto.

quarto post it

Savemi non nasconde a se stessa di provare un po’ di gelosia per tutto il tempo che Michele dedica alla tastiera; ma le cose non stanno solo così. essere gelosi di un oggetto per il motivo che a questo oggetto il proprio fidanzato presta molta attenzione e anche molte energie – Michele passa anche otto ore davanti alla tastiera – succede spesso. alcune sue amiche sono gelose della partita di pallone del sabato dei loro fidanzati o dei complessi musicali dove i loro fidanzati suonano o cantano. la sua amica Sonia è arrivata a bucare di nascosto il pallone di cuoio del suo fidanzato per non farlo giocare il sabato con i suoi amici. altre sue amiche, invece, hanno imparato il gergo calcistico o quello musicale – una si è addirittura iscritta al conservatorio e ha imparato a suonare il flauto, anche in assenza di vocazione. con Michele però è tutto più complicato. la scrittura per Michele non è solo un passatempo: è un sogno, un sogno che Savemi sa bene quanto Michele sia deciso a realizzare. una volta Michele le ha anche spiegato che, in fondo, un sogno altro non è che un obiettivo molto molto grande e che per questo obiettivo molto molto grande è necessario molto molto più lavoro di un obiettivo come un altro. Savemi però pensa – ma a Michele non lo ha detto mai – che un sogno sia solo il nome che diamo alla nostra mancanza di aspirazioni e di desideri; pensa che chiamiamo //obiettivo// una cosa precisa e chiamiamo //sogno// una cosa astratta: quando non desideriamo e non tendiamo verso una cosa precisa, oppure quando non riusciamo a stringerla, allora ci inventiamo un //sogno//: e prima o poi il sogno diventa la scusa per tutti gli obiettivi che non riusciamo a raggiungere. diciamo di avere un sogno e per questo sogno di sacrificare buona parte degli obiettivi che per altri rappresentano tutto, ma che per noi, sosteniamo, non rappresentano nulla. avere un sogno è avere l’opportunità di azzerare tutti gli altri obiettivi e di evitare confronti. il sogno di Michele è di scrivere un libro; ma un libro di che cosa? un libro che parla di che cosa? Michele non lo ha mai chiarito. il sogno di Franca, invece, un’amica di Savemi, è quello di fare l’attrice; e, infatti, la fa: recita in qualche spettacolo teatrale, frequenta ambienti teatrali, frequenta corsi teatrali; ma Franca non ha mai chiarito che cosa voglia recitare, quale tipo di attrice voglia essere, e quando Savemi una volta glielo ha chiesto, Franca ha stretto le spalle e ha detto che a lei interessava solo recitare, non importa che cosa pur di recitare, perché recitare era il suo sogno, e che, sì, i ruoli che recitava non facevano parte del suo sogno, che, insomma, non era proprio quello – una comparsa di quaranta secondi per dire //mi scuso con voi, signore// oppure solo ruoli marginali in teatri minuscoli – che intendeva per //il suo sogno di recitare//, ma che comunque, pur di recitare, accettava quelle parti perché recitare era il suo sogno. qualche volta Savemi insisteva e le domandava in quale tipo di spettacolo volesse recitare, che cosa insomma sapesse fare meglio di chiunque altro, e a questa precisa domanda Franca si stringeva nelle spalle e le rispondeva con il nome di un luogo o di una persona: diceva che le sarebbe piaciuto recitare in quel teatro o in quell’altro teatro o in quella compagnia teatrale o in quell’altra compagnia teatrale, ma più di questo non diceva. anche Michele le fa questa impressione: a volte le parla di case editrici o di cose che ha scritto ma non le parla mai di quale sia il senso della sua scrittura e di quale sia il ruolo che vuole ritagliarsi. comunque, sogno o obiettivo, Savemi ha imparato che la persona che lo sta perseguendo diventa un incubo per chi le sta accanto. in certe occasioni Savemi considera Michele come un malato da assecondare: come un eroinomane o un alcolista o come qualcuno con dei problemi. ecco qual è la parola: problema. quello che Michele da quando lo conosce, da quattro anni, chiama sogno o chiama obiettivo invece secondo Savemi, che pure non scrive e non conosce la lingua come la conosce Michele, per Savemi dovrebbe chiamarsi problema. il problema di Michele è che deve scrivere il libro e contro il libro Savemi sa che può fare ben poco.

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