Concerti Magazine Venerdì 21 settembre 2007

Lo swing degli Unit Five

Profuma di anni '50 l’ultimo lavoro degli Unit Five e del loro contrabbassista-leader , giovane musicista genovese del quale la scena jazz nostrana dovrebbe essere molto orgogliosa.
Ascoltando l’album che porta il nome del suo ensemble ho ritrovato infatti importanti elementi che troppo spesso gli album di jazz moderno non considerano tali: un lavoro di squadra, tutti per uno, uno per tutti, in un dialogo musicale in cui lo spazio del solista è ben coadiuvato e protetto dai rimanenti musicisti; una sintesi stilistica importantissima per le orecchie giovani e inesperte, e quella magica, irresistibile sensazione che scuote le membra (che tu lo voglia o no): lo swing!

In questa registrazione Rolff ha avuto quindi il primo grande merito di "dirigere i lavori" in modo maturo, dove l’obiettivo è il risultato completo dell’album, come fa un musicista, più che un contrabbassista.
L’altro merito sta nella scelta di musicisti, in grado di rispondere in modo esemplare ad una chiamata tanto importante, quanto carica di responsabilità. Stefano Riggi e Giampiero Lo Bello formano una coppia di sezione fiati perfetta per un feeling così nero, dando precedenza alla frase, al sentimento, all’emozione piuttosto che alle fredde scale dettate dalle regole dei manuali di jazz. Borgia e Rolff si fanno rispettivamente i veri e propri Jo Jones e Chambers della situazione: pochi spazi solistici sfruttati nel migliore dei modi; il resto si chiama "portare l’acqua", quella cosa che solo le ritmiche migliori sanno fare bene, nel gioco delle dinamiche, degli accenti e del timing. Massimo Currò è l’anello che unisce gli altri: voicings, appoggi e contrappunti indispensabili, mai di troppo, con un timbro che colma la mancanza del pianoforte, in un quintetto così classico.

L’ultimo merito del musicista genovese sono gli arrangiamenti dei brani: originali e divertenti. Leggo con piacere le note di copertina: mi trovo d’accordo con Matteo Piazza quando scrive "…musicisti che hanno individuato il lessico del vero jazz.
L’azzeccata scelta di registrare all’interno di un teatro (Teatro Comunale Sassello) contribuisce a invecchiare il disco e a darne un suono più caldo e vero. Se dovessi esprimere una preferenza tra i brani, nella colonna sonora del mio film noir non mancherebbe Stones and Memories.
Concludo dicendo che il jazz è un genere in continua evoluzione e contaminazione, ma la storia non va mai dimenticata: tutti dal Prof. Rolff per qualche lezione a riguardo.

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