Magazine Mercoledì 19 settembre 2007

'Hermanitos': a tu per tu con i migranti

Venerdì 28 settembre 2007 alle ore 17.30 la libreria (p.zza S. Elena, angolo Via di Prè) presenta Hermanitos. Vita e politica della strada tra i giovani latinos in Italia (Ombre corte, 2007). Oltre ai curatori Massimo Cannarella, Francesca Lagomarsino e Luca Queirolo Palmas, saranno presenti Luca Borzani, Massimiliano Morettini (Ass. al Centro Storico e alle politiche migratorie) e Lorena Escudero (Pres. Secretaria de Migraciones, ex Ministro della Difesa Ecuador).
Al termine dell'incontro, sangria offerta da Taqueria Mamacita's (Via di Prè 113r), microfono aperto, e DJ set delle organizzazioni della strada con la collaborazione del CSOA Zapata.

Per info
010 4033027

www.booksinthecasba.com

Magazine - Pubblichiamo alcune parti del capitolo King Soprano. Una biografia messa al bando, tratti dal libro Hermanitos. Vita e politica della strada tra i giovani latinos in Italia, a cura di Massimo Cannarella, Francesca Lagomarsino e Luca Queirolo Palmas (Ombre Corte Edizioni).

Incontriamo Soprano una mattina di settembre, nella casa dove vive con i suoi familiari nel centro di una grande città italiana. In questa casa realizziamo l’intervista che segue. Soprano, un leader della Nazione, ecuadoriano di ventidue anni, è stato in Italia dal 2002 al settembre 2006, con un arrivo non previsto né programmato, nato da una proposta improvvisa di una zia e dal desiderio dei suoi genitori di allontanarlo da un ambiente percepito come pericoloso e privo di opportunità. Soprano viene deportato in seguito a una delle molte operazioni di polizia contro le bande. Ci rivediamo in un pomeriggio di novembre a Guayaquil. Siamo in un quartiere popolare del centro città, in una delle tante casette monofamiliari che caratterizzano il paesaggio urbano di questa metropoli latinoamericana. Case basse con giardino e una vita sociale di quartiere molto attiva. I vicini sono sulla porta a chiacchierare, i bambini giocano per la strada e ogni tanto la via viene chiusa al traffico per un’improvvisa partita di calcio; un uso dello spazio pubblico che ci colpisce e ci affascina perché ricrea una socialità per noi scomparsa e che dà vitalità a uno spazio urbano altrimenti degradato e anonimo. L’incontro è piacevole e segnato da un’atmosfera cordiale, passiamo il pomeriggio a parlare delle organizzazioni in Ecuador e in Italia, di cosa sta cambiando e di come va la vita degli hermanitos rimasti a Genova, ci lasciamo con l’idea che il percorso iniziato stia mettendo radici, anche quando lo si guarda da oltre oceano. Nel mentre in Ecuador processi analoghi sono in corso: una tregua fra le organizzazioni di strada è stata firmata, alcuni municipi stanno ragionando, in un contesto segnato da un livello di violenza esponenzialmente superiore, sulla replicabilità della proposta di Genova e Barcellona.

Ci puoi raccontare qualcosa della tua vita in Ecuador?
Ero un ragazzo come tutti gli altri, con molti sogni, aspirazioni, sono cresciuto con un padre, una madre, una casa, con problemi come la maggior parte delle persone. Certo, ero inquieto, a scuola sempre difendevo i miei amici, nessuno si metteva contro di me, forse perché ero e sono grande... tornavo a casa sempre con l’occhio nero. Mia madre chiedeva a scuola e i professori le dicevano che avevo fatto a pugni per difendere i miei amici. I miei in Ecuador hanno sempre lavorato [...]. Mia madre è sempre stata una donna e una moglie perfetta [...]. Non ho mai sopportato il dolore di mia madre, per non vederla soffrire, scappavo di casa... già a 15 anni la prima volta. Non è che mi abbiano buttato fuori, o che in casa non si mangiasse, ma non sopportavo che mi dessero ordini, che mi dicessero quello che dovevo fare. Mamma è stata iper-protettiva con me, non potevo uscire per strada, giocare con gli altri ragazzi. Vengo dal barrio Garay, un quartiere marginale e la mia famiglia da parte di padre ha sempre avuto problemi con la legge. Mio zio faceva soldi in modo strano, mio padre era comunista in clandestinità, un altro zio era capo di una pandilla, una zia vendeva droga [...]. Quando mia nonna è morta, la famiglia si è sciolta però ha lasciato il seme di una grande trasformazione. Tutti hanno smesso di fare quello che facevano, mio padre è diventato evangelico, tutti hanno incontrato Dio e hanno abbandonato le cose cattive [...]. Soprano bambino in Ecuador solo sapeva parlare con le mani, con le botte, non avevo la capacità che ho adesso di parlare... dove vivevo tutto si risolveva con le botte, fra i ragazzi e fra gli adulti, vedevo mio padre picchiarsi e vedevo che era rispettato perché non finiva mai a terra. [...]

Dicevi che a 15 anni te ne sei andato di casa per la prima volta...
A scuola mi picchiavo con i professori, andavo ubriaco e non sopportavo che mi dicessero niente. Volevo passare più tempo con i miei amici, volevo libertà [...]. Volevo vivere la mia gioventù, e la prima cosa che ho incontrato è stata la Nazione, il mio compagno della squadra di basket della scuola era un Latin King [...]. Alla fine mi ha portato a una riunione dove ho conosciuto l’hermanito G. e a me tremavano le gambe, mi faceva paura e mi dava emozione vedere tanto rispetto e tanta serietà in ragazzi di 15, 16, 18 anni [...]. Io li vedevo come camminavano uniti e insieme, come si dividevano il pane, come si dividevano tutto... per questo si chiamavano hermanitos, e questo mi piaceva. Io ero un ragazzo prigioniero della casa, non mi facevano fare niente e come sono uscito da casa dei miei, i Latin Kings sono divenuti la mia seconda famiglia, una famiglia che ti aiuta. Non si possono usare droghe nella Nazione, i fratelli più grandi controllavano che noi andassimo a scuola, che studiassimo. Ma i giornali iniziavano a parlare di noi come banda violenta e pericolosa e noi tenevamo nascosta questa nostra appartenenza ai nostri genitori...

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