Magazine Martedì 18 settembre 2007

'Usodimare': il libro di Ernesto Franco

Giovedì 20 settembre alle 18 Ernesto Franco presenterà il libro Usodimare - Un racconto per voce sola al Galata Museo del Mare (Calata de' Mari 1, nell'Auditorium) all'interno della rassegna Il mare in pagina.
Laura Guglielmi introdurrà l'autore.

Magazine - Un uomo, una nave, un destino. Pepe Usodimare è il capitano di un cargo sgangheratissimo diretto in un porto da ferrivecchi del Bangladesh per essere demolito. Eppure su quel cargo malandato ci sono ricordi, segreti, sudore e parole, e la figura di una donna. Tante chiavi per una fine ormai nota, eppure Usodimare (cognome astratto e concreto, funambolico e onomatopeico), pur avendo girato il mondo e comandato ben altre navi ed equipaggi, è tra quei legni e quelle ferraglie che cerca le risposte che gli mancano.
Un bellissimo, interrogativo racconto (Usodimare - Un racconto per voce sola, il melangolo, pp. 69, 9 euro) che da solo ripaga delle molte pagine inutili che la narrativa e l’editoria italiana potrebbero risparmiarci. Ne è autore Ernesto Franco, genovese, 51 anni, uomo di mare e di libri, da molti anni erede effettivo di Giulio Einaudi dal momento che ne dirige con molto merito la casa editrice. Un po’ di tempo fa con Isolario, un altro libro fascinoso e bislacco, ha vinto il Premio Viareggio e poi però ha scritto poco. Peccato.

Da Vite senza fine a Usodimare lei segue il tema del destino da accettare per gli uomini ma anche per le cose, un sogno, un’elegia metafisica. È così?
Come hanno detto molti pensatori la manifestazione più alta della propria libertà è accettare il proprio destino, accettare in termini un po’ meno alti la propria storia, e giunti alla fine prendere atto di quello che si è. Questa è una delle chiavi della libertà più importanti per l’uomo. Per i miei personaggi questo è vero, Usodimare e Gio Magnasco (n.d.r.: il protagonista di Vite senza fine che con viti e bulloni crede di tenere insieme il mondo) sono effettivamente imparentati. E che sia così anche per le cose scaturisce dal fatto che molto di ciò che uno capisce di se stesso, lo capisce nel fare più che nel teorizzare. Perché nel fare si entra in confidenza con la finitudine delle cose. Poi in verità le cose non le afferri mai, men che meno la cosa in sé. Si tratta anche di una visione della vita e del mondo come la nostalgia di un percorso interminabile per arrivare ad una verità che forse non è tanto importante che ci sia ma che la si cerchi. Ed è vero soprattutto con Usodimare, senza con questo dare una connotazione religiosa o metafisica ma nemmeno vivendo nel materialismo più riduttivo.

Che significa oggi scrivere un racconto di mare? Qualcuno dice il racconto di mare è cosa antica e contemporanea, In che senso?
È vero, lo pensavo mentre scrivevo Usodimare. Ci si chiede: come si fa oggi nello scrivere un racconto di mare la parte di gioco narrativo? Usodimare lo commenta un po’ quando, quasi a giustificarsi, dice “il mio non è un mestiere moderno” rispondendo a Nenè, che s’imbarca travestita da operaio e gli chiede se crede ancora che le donne sulle navi portino sfortuna. Che dire? è bello scrivere entrando nel mondo delle tue letture da Moby Dick a Stevenson e nello stesso tempo raccontare una cosa che scopri essere attualissima perché i pirati esistono davvero. Il traffico d’armi c’è, non parliamo del traffico ininterrotto di clandestini. Il mare – che è quest’oggetto poco moderno, ottocentesco – il mondo lo vive ancora così. Quando diciamo non è moderno, pensiamo sempre a un primo mondo che è accelerato verso il futuro. Ma oltre al primo mondo, ce ne sono tre, quattro, cinque ulteriori che vivono ancora così, per non parlare di quelli che demoliscono le navi a mani nude. In questo senso è ancora un territorio dell’avventura mentre invece l’avventura del futuro è su altri piani. Quindi l’ironia diffusa in un racconto di mare è che tu scrivi di una nave che si va a demolire, di un universo che si decostruisce ma dentro il quale sono in gioco – come vediamo ogni giorno – mille vite.

Lei e Biamonti, il mare visto dal mare, il mare visto dalla riva. Quale sentimento vi unisce e che cosa caso mai Biamonti le ha trasmesso?
Biamonti era un grande amico, e mi ha dato da leggere libri molto belli; ognuno dei due apprezzava i propri modelli di riferimento, lui tutto volto verso la Francia, io verso il mondo anglo-ispanico. Ci univa – mi vien da ridere a dirlo ma si può dire anche seriamente – il fatto di essere due tipi di ligure, quindi di giocare con il territorio, con il panorama, il paesaggio e i relativi amori e nostalgie, in due maniere diverse ma esserci, giocarci. Nei miei libri c’è sempre da qualche parte Genova, nei suoi la frontiera, che però è sempre un passare dalla Liguria più che dall’Italia, alla Francia. I due mari si parlano molto, proprio perché sono complementari. Lui aveva un modo che ho sempre ammirato, di descrivere la luce sul mare, per esempio, questo era fulminante nelle sue cose. Poi c’è il cuore esistenziale dei personaggi di entrambi, anche questa può essere una cosa che abbiamo in comune.

Nel suo immaginario le isole sono un posto dove la realtà è più debole dei sogni. Qual è il suo sogno o il suo sguardo di genovese?
Il mio sogno di genovese è quello di vivere probabilmente in una città dove puoi fare la vita più contemporanea e moderna ma nello stesso tempo hai la possibilità di varcare una piccola soglia, quella del porto, di varcarne una un po’ più importante, salire a bordo di una barca e andare in un universo totalmente fantastico che è quello del mare. Andare e tornare in continuazione, non partire per chissà dove.

La cultura ispano-americana ha un’influenza nella sua formazione e quanto nel suo lavoro di scrittore?
Tanto, nel senso che appartengo ad una generazione, non la prima, che decisamente ha come casa del proprio scrivere, non la tradizione della lingua propria ma quella del mondo. Nel mio caso particolare la mia casa di formazione è in quel senso, mi sono laureato con una tesi su Cortázar. Significa da una parte consapevolezza del mestiere, cioè di come costruire le storie, dall’altra una seduzione per tutto ciò che è quell’essere passeur con il mondo del fantastico.

Come vede gli autori dalla poltrona di direttore editoriale? Come si sceglie oggi di fronte alle grandi trasformazioni del mondo editoriale e del mercato?
Ho la fortuna di guidare una redazione eccellente, di gente molto elastica; il compito nostro è rendere molto diversificato il lavoro sempre cercando la qualità letteraria. Non è un caso infatti che siamo riusciti ad essere presenti con tanti Nobel, l’ultimo Orhan Pamuk. Sono libri quelli di Pamuk che vendono poche migliaia di copie. Nello stesso tempo si tratta di unire questo con la cultura dell’intrattenimento, che può essere una cosa molto banale oppure intelligente, costruito con sapienza e gusto. Allora i generi si frequentano, si cercano, si costruiscono. Dall’altra cerchiamo di costruire, soprattutto per la saggistica, delle occasioni di scambio di idee: tutta la collana “le vele” è pensata su quest’idea, buttarla là in modo che si possa discutere. Ad essa fanno da contrappunto i grandi cantieri che si montano con anni di lavoro come quello che stiamo facendo partire adesso a cura di Claudio Bartocci e Giorgio Odifreddi, quattro volumi sull’universo della matematica. La cosa bella di una casa editrice come la Einaudi è quella di pensarsi come un luogo di lavoro della cultura a 360 gradi sull’immaginazione, la fantasia e la cultura dei lettori, non come una casa editrice specializzata in un lavoro scientifico, in un lavoro di intrattenimento o didattico.

Formidabile dunque il catalogo stranieri, e gli italiani? Da Mariolina Venezia a Paolo Mauri, Einaudi ha collezionato quest’anno un premio dopo l’altro. Una nuova primavera?
È un universo di grande movimento; abbiamo vinto il Campiello e non lo vincevamo dal 1988. Per quanto riguarda i criteri di scelta posso ripetere il discorso di prima. Si sceglie non soltanto secondo una tonalità della scrittura ma secondo diverse tonalità. Stanno uscendo i libri di Diego De Silva, che è uno scrittore formidabile, quello di Nico Orengo che è un ottimo lavoro nel suo percorso che nasce da una delle sue vene più vivaci. La proposta che facciamo, di tre, quattro esordienti all’anno – cosa che altre case editrici non si sognano di fare – non vuol dire essere di bocca buona ma è dare credito alla fantasia degli scrittori italiani contemporanei, sapendo che non c’è più un’unica tradizione di riferimento alla quale tutti si ispirano. Vedi Laura Pugno, autrice di un libro straordinario. Completamente un altro universo rispetto a quello di Mariolina Venezia che a sua volta si distingue rispetto alla Parrella o a Covacich. Non c’è un canone, ma una molteplicità di stimoli attraverso una consapevolezza letteraria più alta di un tempo a cui mi fa piacere che Einaudi presti orecchio, dimostrando di essere una cosa vivente nella contemporaneità. Una sirena nell’acqua come quella di Laura Pugno.

Se si guarda indietro chi sono i suoi riferimenti culturali in Einaudi o se vogliamo dire i suoi maestri?
Senz’altro Giulio Einaudi. Ho avuto l’onore di lavorare con lui per diversi anni e ho imparato tante cose: una lezione di editoria che fa di me un privilegiato. Sicuramente chi editorialmente mi ha fatto capire tanto è Paolo Fossati, ma anche Livio Garzanti, con cui ho lavorato solo per un anno, è una figura di editore di nuovo straordinaria. Antonio Balletto che mi ha insegnato a volte le cose più scapestrate e avventurose. Poi ci sono i grandi predecessori storici, dei modelli, da Ginzburg a Pavese, a Calvino, ma loro lavoravano in un contesto culturale che era totalmente differente da oggi. Avevano altri problemi. Sono modelli intellettuali ma non possono essere modelli per il lavoro di oggi.

Internet che cosa ha cambiato?
Ha moltiplicato le forze di tutti noi. Meno male, ha ridotto i tempi, ma soprattutto è una specie di enorme protesi che ciascuno di noi ha nel cervello.

di Se. Buo.

Potrebbe interessarti anche: , Peccato mortale di Carlo Lucarelli: un altro intrigo da risolvere per il commissario De Luca , Le Quattro donne di Istanbul: un romanzo suggestivo e commovente di Aişe Kulin , MiniVip&SuperVip. Il Mistero del Viavai di Bozzetto: il cinema si fa fumetto , Il segreto del faraone nero, una nuova stoccata letteraria di Marco Buticchi , Auguri Andrea Camilleri! Lo scrittore compie 93 anni, la recensione del Metodo Catalanotti

Oggi al cinema

Searching Di Aneesh Chaganty Thriller U.S.A., 2018 Dopo che la figlia sedicenne di David Kim scompare, viene aperta un'indagine locale e assegnato un detective al caso. Ma 37 ore dopo David decide di guardare in un luogo dove ancora nessuno aveva pensato di cercare, dove tutti i segreti vengono conservati:... Guarda la scheda del film