Magazine Mercoledì 29 agosto 2007

Una scenata indegna al ristorante

È successo davvero, in un ristorante di cui non faccio il nome. Anche se agli amici l’ho detto e lo dico continuamente. Per ovvi motivi in questa sede dico solo che eravamo sul mare. Dico anche che nella strada di fronte al ristorante c’erano dei banchetti che vendevano di tutto. Alcuni coloratissimi, di dolci, noccioline, leccornie varie, quelli da cui mia madre, quand’ero bambina, mi allontanava sempre perché diceva, via via, che fa male, via via che costa troppo.

Ero seduta al tavolo con il mio compagno, leggermente infastidita da una certa caciara insolente di un gruppo seduto alle mie spalle. E vi assicuro che normalmente sono parecchio tollerante. Ma il gruppo esagerava. E soprattutto urlavano cose volgari, si rivolgevano alle donne sedute a tavola con fare prepotente e sfacciato. Da notare che i galantuomini avevano tutti superato i cinquanta, mentre le ragazze erano tutte molto giovani. Una riproduzione bonsai di certi locali che si trovano sulle riviste di gossip. Ma perdonatemi, mica volevo fare del moralismo. Volevo raccontare un fatto ben preciso, a cui ho assistito con i miei occhi.

A un certo punto vedo arrivare due ragazze, molto giovani, avranno avuto sì e no vent’anni. Siedono ad un tavolo lì accanto, si guardano in giro contente e affamate ordinano. Il tizio dietro di me, un tale brizzolatoallampadatotinto chiama una delle due ragazze, la saluta e a voce alta fa capire a tutta la sala che quella è la “sua” cameriera, che lavora nel suo ristorante in centro città e che prima delle ferie lui aveva generosamente pensato di offrire a lei e a una sua amica una cena nell’altro suo ristorante sul mare. Appunto quello dove eravamo. Lo dice a tutta la sua tavolata, ma con l’accortezza che chiunque possa sentire, anche se duro d’orecchi.
Ma non è finita.

Lo straziante e patetico uomo, che una mia saggia amica napoletana avrebbe definito “omoemmerda”, a un certo punto si rivolge alla ragazza e le dice: senti Tizia, mi è venuta voglia di noccioline, vammi a prendere un pacchetto. La ragazza è stupita, con gli spaghetti appesi alla bocca lo guarda non capendo se si tratti di uno scherzo. Hai capito o sei sorda?, urla il tizio, vammi a prendere le noccioline. La ragazza posa la forchetta, ingoia a fatica gli spaghetti e con occhi smarriti comincia a balbettare, ma come?, mi sono appena seduta, sto mangiando. Appunto, continua lui con aria da mafioso, io ti ho invitato a cena e tu non vai nemmeno a prendermi una cosa che ti chiedo? La ragazza rimane immobile. No, risponde gentilmente, io stasera non sto lavorando, ti ringrazio dell’invito, ma ora rimango seduta a finire il mio piatto.

L’uomo è colto di sorpresa. Non pensava, l’ignaro ottuso allampadato, di trovarsi davanti a un netto e dignitoso rifiuto, inoltre di fronte a tutta la tavolata che lo guardava in silenzio. Il babbeo si infuria. Comincia a urlare con la bocca piena, sputacchiando qua e là e senza risparmiare nessuno dei commensali che si riparano con il tovagliolo, adesso tu ti alzi e vai a comperarmi le noccioline!!!
Io stavo per alzarmi a mia volta. Una serie articolata e fantasiosa di insulti si erano accumulati sulla punta della mia lingua. Gli avrei anche messo le mani addosso. Ero infuriata, presa da una rabbia cieca che non riuscivo a controllare. Lurido indegno stronzo, come si permetteva?
Poi a un tratto l’amica di Tizia si alza e dice, vado io a comperare le noccioline, ci vado io, ripete, davvero, a me fa piacere.
Il mafioso si è abbastanza calmato, è per metà soddisfatto e solo dopo aver borbottato qualcosa alla ragazza che è rimasta seduta con gli occhi velati di lacrime, torna alle sue faccende.

Anche io mi sono calmata. Ho pensato che scaricargli addosso tutta la mia rabbia non sarebbe servito a molto. Forse sì, l’avrei insultato, gli avrei detto quello che si meritava davanti a tutti. E dopo? Lui avrebbe saputo con chi prendersela. La ragazza, tornata al lavoro, non l’avrebbe passata liscia.
Dopo un po’ la tavolata si è alzata e si è allontanata. Io mi sono rivolta alla ragazza e le ho detto, il tuo capo è un essere abominevole. Lei mi ha sorriso, mi ha detto, sì, lo so, non sai le umiliazioni quotidiane, ma il lavoro mi serve, io studio e mi mantengo, non vivo con i miei, ne sto cercando un altro, ma con i contratti che fanno ora non si sa mai, almeno questo è in regola e a tempo indeterminato, e poi ci sono dei giorni che è anche di buon umore, non è così male, sai?

Me ne sono andata con la morte nel cuore.
di Claudia Priano

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