Magazine Lunedì 27 agosto 2007

La Turchia di Moris Farhi

Dalla Turchia, negli ultimi decenni, sono arrivati non pochi input artistici che, prontamente, si sono riversati nei maggiori luoghi di aggregazione cultural-commerciale (librerie sale cinematografiche, negozi di dischi, ecc...). Potrebbe apparire una moda, ma così non è, perché, se citiamo il premio Nobel Orhan Pamuk o il cineasta Ferzan Ozpetek, sappiamo benissimo di riferirci, prima di tutto, alla qualità. Un valore aggiunto, nato tra Oriente e Occidente, non solo spaziale, ma anche storico, filosofico. Si parla sovente dell’entrata della Turchia in Europa, quindi emergono subito le contraddizioni. Non tanto l’Islam – peraltro moderato – quanto i Diritti Umani, i genocidi del passato (Armeni), le macchie del presente (chiedete ad un curdo come si stia in Turchia) e le tentazioni nazionalistiche del futuro (rigurgiti di panturchismo). Tutto e il contrario di tutto, in un Paese che, dal 1923, grazie ad Atatürk, ha scelto di aderire ad una visione laica dello Stato aprendosi a riforme sociali.

«La vera turchità... significa essere al tempo stesso turco e cittadino del mondo, un individuo e ogni individuo, uno e ciascuno». Queste affermazioni, lo scrittore Moris Farhi le fa dire ad uno dei protagonisti (Âêik Ahmet) del suo romanzo Giovane Turco (Edizioni Lavoro, 2005, 15 Eu). Si tratta di un professore di letteratura, amico del poeta libertario Nazim Hikhmet. Attorno a loro, ruotano gran parte degli attanti di questa falsa raccolta di racconti, in cui, ogni personaggio racconta se stesso con rifrazioni rispetto agli altri, in un felice gioco di specchi narrativo tale da trasformare Giovane turco in un romanzo sotterraneo, da distillare secondo un suggestivo gioco di rimandi.
La storia è nella Storia, visto che si percorre un lasso temporale collocabile tra gli anni Trenta e il presente. In sostanza la "Turchia moderna", ma anche eventi epocali, come la Seconda Guerra Mondiale, suggeriti attraverso i sentori dell’imminente tragedia da parte di alcuni personaggi centrali di origine ebraica. Quegli ideali di libertà che si scontrano, poi, più tardi, con la svolta autoritaria dei militari per cui «quando si uccide uno scrittore la lingua perde una delle sue parole. Quando si uccideranno tutti gli scrittori non resterà più nessuna parola, nessuna lingua, soltanto tiranni, razzisti, nazionalisti, puttane della guerra, falsi profeti».

Farhi ha il merito di condire questa forte materia idealistica con una prassi scrittoria accattivante, figlia di un’oralità orientale, da moderna Mille e una notte. Riesce ad intersecare storie d’amori e amicizie impossibili e impassibili, magari lasciandoci spiare sul limite di un hamam o nel backstage di un circo. Dominano figure femminili di altri tempi – ultime briciole scaturite dal canto del bardo turkmeno Mahmut il Simurgo: la bambina preveggente Gül, la sensale di matrimoni Madame Ruj, la deforme e seducente Zeynep, l’anatolica Sofi e altre "sacerdotesse" che inizieranno il giovane turco ai misteri dei sensi (Suna Azade, la custode del "Settimo Cielo").
Erotismo e libertà si intrecciano in itinerari di notevole bellezza, nelle precise e poeticamente minuziose descrizioni di Istanbul, le sue tea-room, le ville sul Bosforo. Il mare. Illusoriamente infinito nella matrioska di Marmara Denizi. E alla fine è proprio il saggio Âêik Ahmet a chiudere le danze con un monito sempre attuale:
«Non farti ingannare quando qualcuno ti dirà che la sua cultura e la sua civiltà sono superiori alla tua... Ricorda che ogni cultura, ogni civiltà, ogni letteratura ha uno splendore tutto suo».
di Riccardo Storti

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