Magazine Martedì 21 agosto 2007

Clementina: una giornata come tante

Aprì gli occhi che il campanile aveva appena battute le sette. Clementina aveva settantacinque anni e, come del resto la maggior parte dei suoi coetanei, non dormiva molto. Era già stato un miracolo quel giorno riposarsi fino a quell’ora, che di solito alle sei - ma anche prima - Clementina si ritrovava ad occhi aperti a scrutare il buio della camera e a far riemergere dalla sua memoria i ricordi più o meno belli, più o meno piacevoli della sua vita.

Con un sospiro si tirò a sedere sul letto buttando i piedi a contatto del tappetino scendiletto falso persiano: le ci occorreva sempre un po’ per mettersi in piedi che l’artrosi, soprattutto con quel tempo umido e maccaioso, non dava requie.
Poi, con cautela, si alzò col pensiero rivolto alle incombenze della giornata. Perché Clementina, nonostante l’età avanzata, lavorava. Oddio, chiamare lavoro ciò che faceva è un po’ troppo, ma, insomma, era un impegno per il quale, in cambio appunto delle sue prestazioni, riceveva piccole somme di denaro con il quale arrotondava la pensione minima che lo stato italiano le dava.

Con termine moderno potremmo dire che Clementina faceva la tomba sitter. Nel senso che si prendeva cura, per pochi euro al mese, di tenere in ordine le tombe di quei defunti i parenti dei quali erano troppo occupati per portare fiori e per piangere il parente o l’amico morto.
Con gesti lenti e misurati, da vecchia, Clementina si lavò, si vestì e si preparò il caffè. Quelle ore mattutine erano per lei le migliori, e l’anziana donna se le godeva tutte quante sia che piovesse, sia che fosse bel tempo come quel giorno. Era bello sorseggiare lentamente il caffè ed osservare dalla finestra della cucina il giorno che lentamente progrediva scacciando il buio residuo.

Poi guardò l’agendina sulla quale marcava quali tombe doveva controllare giorno per giorno. Oggi toccava al signor Gaspare, alla signora Irma, ai due gemelli Giorgio e Giulio, e poi c’era anche la Mariuccia da visitare: più di cinque o sei tombe al giorno Clementina non riusciva a fare perché era come se fosse schiacciata da tutte quelle storie che le lapidi, nella loro fredda incisività, le raccontavano.
Col suo passo lento ed a volte un po’ incerto, la donna uscì di casa ben vestita di tutto punto e, dopo una breve attesa, salì sull’autobus che, ventitre minuti esatti più tardi, la scaricò davanti al cimitero. La tomba più vicina era per l’appunto quella del signor Gaspare. Non appariva in cattive condizioni, ma Clementina si accinse a cambiare i fiori finti da tempo stinti e a controllare lo stato del lumino anche se, a dir proprio la verità, il signor Gaspare tutte quelle attenzioni non se le era di certo meritate. Di carattere iroso, egocentrico, avaro ed a volte persino violento, aveva fatto morire di crepacuore la moglie ancora in giovane età e, quando lui, alla veneranda età di ottantasette anni, era passato a miglior vita, non molti avevano seguito il feretro fino all’ultima dimora. Clementina ricordava lo sparuto gruppo di persone presenti alla sepoltura circa tre anni prima e ricordava anche il senso di liberazione dei due figli che l’avevano immediatamente contattata.

Con un senso di rabbia mal represso, i due le avevano dapprima confidato degli aneddoti veramente spiacevoli riguardanti il loro appena defunto genitore. Poi le avevano confessato che non avevano neppure una lontana intenzione di occuparsi personalmente delle spoglie mortali dell’odiato padre. Pertanto le avevano subito dato l’incarico di occuparsi della tomba: loro, infatti, non sarebbero mai più venuti a visitare il tumulo visto l’enorme mole di cattivi ricordi che esso suscitava nei figli. Ed infatti nessuno li aveva più visti al cimitero.

Pensando a tutte quelle brutte storie narrate dai due figli, Clementina, mentre sistemava i fiori e il lumino per il signor Gaspare, avvertiva un sentore di odio proveniente da quella tomba. O forse chissà, era tutta una sua impressione. Fatto sta che la donna fu molto sollevata, direi quasi felice, quando potè allontanarsi per recarsi dalla signora Irma.
Già, la signora Irma. Pareva l’esatto contrario di Gaspare. Anche lei aveva avuto una vita lunga, ma, al contrario dell’uomo defunto, aveva lasciato un dolce e buon ricordo di sé. Il funerale, avvenuto sette anni prima era stato molto partecipato ed era stato con sincero dolore che l’unica figlia, aveva detto a Clementina di essere impossibilitata ad occuparsi della tomba della madre. Lei ed il marito infatti dovevano trasferirsi per lavoro negli Stati Uniti e chissà quando sarebbero tornati in Italia. Avvertivi, nel tono di voce della donna, un sincero rincrescimento per quell’inconveniente ed anche traspariva una vera sofferenza, un senso di perdita difficilmente colmabile in poco tempo. Clementina sapeva che lei ogni due o tre anni tornava quasi appositamente in Italia per raccogliersi in preghiera e meditazione davanti alla tomba della madre.
L’anziana donna pulì la foto di Irma posta sulla lapide. Qui si avvertiva dolcezza ed amore e a Clementina spiaceva sempre un po’ abbandonare la tomba di Irma che le ispirava tante cose belle, ma, tant’è, aveva da pensare anche agli altri defunti.
Ora doveva andare dai gemelli Giorgio e Giulio, incombenza leggera ma estremamente triste.

Giorgio e Giulio erano infatti morti a breve distanza l’uno dall’altro all’età di nove anni per una rara malattia genetica che non lasciava scampo e madre e padre, resi quasi pazzi dal dolore, avevano pregato Clementina di tenere perfettamente in ordine le tombe dei loro piccoli e sempre cambiare i fiori qualora fossero appassiti.
In realtà mai lei era intervenuta. Le due tombe erano sempre più che perfette dato che i due genitori giornalmente venivano a fare visita ai due poveri bambini. Li vedevi chini come se attraverso le lapidi volessero accarezzare i due gemelli, come se volessero dar loro quell’amore che era stato impossibile da donare per la brevità della loro vita.
Clementina avvertiva, avvicinandosi a quelle tombe, un sentore di rimpianto e di nostalgia: rimpianto per non aver potuto vivere e sperimentare tutte le gioie ed i dolori, i momenti di felicità e di amarezza che la vita inevitabilmente riserva a tutti gli umani. Nostalgia per i momenti di gioco e per i gesti affettuosi del papà e della mamma, inesorabilmente finiti troppo presto.

Col cuore gonfio di commozione, Clementina si allontanò da Giorgio e Giulio. Ben sapeva, l’anziana donna, che quelle due tombe l’avrebbero profondamente rattristata, ma, per certi versi, ne era attratta come se anche lei dovesse salutare quei bimbi ed in tal modo render loro più lieve il sonno eterno.
L’ultima tomba di cui prendersi cura quel giorno era quella di Mariuccia. Già, Mariuccia. Era l’unica che Clementina avesse conosciuto da viva e di lei ricordava la risata fresca ed argentina, la voglia di scherzare, di ridere e di stare insieme agli altri che la contraddistinguevano. Per ironia della sorte, Mariuccia, sempre così pronta a stare in mezzo agli uomini, non si era mai sposata né aveva avuto figli. La morte l’aveva colta di notte nel sonno a settant’anni ed il giorno dopo era stata proprio Clementina la prima a scoprire il cadavere di Mariuccia steso nel letto che pareva dormisse.
Tutto il quartiere s’era mobilitato per le esequie ed era il parroco che pagava Clementina per la cura della tomba, cosa peraltro che lei avrebbe fatto anche gratuitamente non fosse altro per rispetto verso l’amica che tante volte l’aveva rallegrata con i suoi scherzi, le battute, le risate. Ed erano proprio scherzi, battute, risate che Clementina udiva quando si trovava vicino alla tomba di Mariuccia. Era come se quelle risate e quelle battute vincessero la lontananza che impone la morte e Mariuccia fosse ancora viva insieme all’amica.

Il lavoro di Clementina per quel giorno era finito. Non restava che prendere l’autobus e tornare a casa. L’anziana donna sapeva bene che non c’era nessuno ad aspettarla essendo il marito morto da otto anni, l’unica figlia a trecento e passa chilometri di distanza e tutto il parentado disperso per l’Italia che ci si incontrava tutti quanti una volta all’anno, per Natale, quando andava bene. Pure, Clementina non si sentiva sola. Le facevano compagnia tutte le storie, più o meno belle, più o meno piacevoli e le vicende di quei morti che, sia pure per un fugace attimo, tornavano a vivere nella sua mente e, finché ci fossero state storie da ricordare e narrare, Clementina si sarebbe sentita viva e giovane.
di Enrico Carrea

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