Magazine Martedì 21 agosto 2007

Baci e abbracci Claudia

In queste sonnacchiose giornate d’agosto, non troppo calde, con un tempo un po’ instabile, la sera sempre fresca (insomma ci metterei la firma per le prossime estati) mi sono data alla lettura per più tempo del solito. In particolare anche dei quotidiani, che durante l’anno, confesso, a volte sbircio soltanto. Li sfoglio un po’ di corsa, soffermandomi solo su poche cose che davvero mi interessano. Leggere bei libri mi pare più importante. Ma d’estate è diverso. I tempi sono quelli che ti permettono di fare più cose e con calma, indugiare un po’ di più, alzarsi la mattina e stare anche un’ora e mezza a leggere i giornali.

Tra i tanti articoli di cronaca che fanno inorridire e gossip che possono solo indurre in sinceri sbadigli, a volte trovi anche qualche curioso pezzo che ci racconta i nostri tempi.
Come quello di Cristina Nadotti, inviata a Londra de La Repubblica, di sabato scorso 18 agosto. Tutto nasce da un sondaggio inglese che spiega che la maggior parte dei turisti inglesi, che risparmia tutto l’anno per andare a visitare un posto, arrivata alla meta rimane delusa. E nell’articolo viene stilata una classifica dei luoghi più inappaganti e inferiori alle aspettative. Al primo posto c’è Stonehenge, al secondo la Torre Eiffel, al terzo la statua della Libertà, al quarto le Piramidi. E poi a seguire la nostra Piazza di Spagna e anche opere d’arte come la Gioconda.

Rispetto all’ultima citata, confermo che, l’ultima volta che andai a Parigi, davanti al quadro di Leonardo, un gruppo di italiani alle mie spalle non faceva che ripetere, «beh? Che è ‘sta roba?, guarda com'è piccola, e non è neanche bella, insomma, è tutto qui?»
Volevo voltarmi e dire loro, sissignori, è tutto qui, non è una velina, cosa vi aspettavate, che ammiccasse, che facesse l’occhiolino?

E ora viene fuori che Stonehenge è una cavolata colossale, «Ma quale atmosfera preistorica, solo un po’ di rocce perse nel fango», riporta, tra i vari commenti dei turisti, un quotidiano inglese, e ancora «un isolato mucchio di rocce nel solito campo fangoso».
David Else, autore di una guida Lonely Planet, ha commentato che non sono i siti, ma il modo in cui sono presentati ad essere deludenti. Si dà la colpa al contorno, fatto di troppa folla, souvenir e banchetti che danno l’aria del luna park.
Forse è vero, ma solo in parte, secondo me.

Il problema reale sta nel fatto che ormai si è dominati dalla spettacolarizzazione e dal sensazionalismo di cui ci si nutre quotidianamente e di cui poi si ha sempre più bisogno. E questo fenomeno fa perdere di vista i significati, gli ideali, il valore simbolico e storico di molte cose.
Questo succede in tutti gli ambiti culturali. Per esempio nel cinema. Ormai certi vecchi film d’autore, quelli di assodato valore, risultano “noiosi” e “lenti”. Niente effetti speciali, perciò che noia che barba. La velocità e la brama di emozioni forti travolgono. Registi come Alejandro Gonzalez Inarritu lo hanno capito. Per carità, i suoi film mi sono piaciuti e ho apprezzato il messaggio. Ma non il modo violento e sensazionale attraverso il quale si trasmette allo spettatore. Ci sono film, assai più delicati, che affrontano temi ben più pesanti e crudi, ma riescono a farlo in altra maniera. Tanto per fare un esempio, avete visto di Deepa Mehta?

Il visitatore dovrebbe ritrovare nei posti in cui va e nelle opere che vede (per apprezzarle) qualcosa che ha coltivato altrove. Il problema è che non si coltiva più nulla. O molto poco e male.
Dunque le rocce sulla piana di Salisbury, che risalgono forse al 2500 a.C., diventano ora solo pietre insulse e per di più per vederle da vicino bisogna pure sporcarsi le scarpe. I graffiti preistorici roba superata che pure i bambini sanno fare. La Torre Eiffel non dà nessun brivido e le piramidi sembrano tutte uguali.
Però attenzione. I visitatori del castello di Alnwick, nel Northumberland, sono affascinati ed entusiasti. Chissà come mai?
Ve lo dico subito. Ci hanno girato Harry Potter.
di Claudia Priano

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