Pensiero di metà stagione - Magazine

Teatro Magazine Lunedì 19 marzo 2001

Pensiero di metà stagione

Magazine - Tra poltrone di varia specie, sale più o meno confortevoli, e serate di un inverno balzano a tratti umido a volte mite, ci siamo avventurati ora nell’una ora nell’altra direzione per raggiungere i teatri della città o incontrare gli artisti.
Abbiamo visto e applaudito.
Ci siamo spesso sentiti soli in un pubblico acclamante.
Abbiamo provato rabbia.
Qualche volta ci siamo persino sentiti offesi.
Da quando il nostro magazine sul teatro ha debuttato online - era il 15 dicembre del 2000 – abbiamo:

- parlato di Lavia e del suo Leggi l'articolo
chiacchierato con la giovane interprete Federica Bonani Leggi l'articolo
- incontrato Castellitto e il suo Zorro, amando più l’uomo che il suo spettacolo Leggi l'articolo
- partecipato alla grande serata dedicata a De André, di cui ci è piaciuta soprattutto la rilettura musicale di Carlo Boccadoro
- seguito con grande attenzione il percorso blu del Teatro della Tosse sul Leggi l'articolo dialogando amabilmente con gli interpreti e rimanendo piacevolmente sorpresi dal debutto drammaturgico di Ottobrino e Giorcelli
- applaudito con grande trasporto Leggi l'articolo , dal messaggio fantasiosamente crudele
accolto senza riserve Saramago, artista, e uomo politico nel suo incontro con Sanguineti (

Niente ci ha lasciato indifferenti. In nessuna occasione abbiamo applaudito a caso. Molto altro ancora abbiamo visto, incontrato, sperimentato.

Sono passati solo tre mesi, eppure siamo già nel nuovo anno e oltre metà della stagione spettacolare, parlando con una persona di Milano, che si lamentava un po' della stagione nella sua città, abbiamo dovuto ammettere che qualche imperdibile appuntamento a Genova c’è stato e molti sono risultati interessanti momenti di riflessione.
Il motivo centrale della stagione, che mai ci ha abbandonato nelle nostre elucubrazioni pre e post-show: una crescente insoddisfazione nei confronti di un pubblico diseducato o forse male-educato. Niente di personale, né di specifico, soltanto la sensazione che oltre alla più importante inflazione economica – di cui non è qui il caso di occuparsi – dilaghi una inarrestabile inflazione dell’applauso.
Abusato più che utilizzato nel suo vero scopo, il gesto che doveva essere il tramite per eccelenza tra palco e platea è divenuto ormai strumento inutilizzabile, privo di ogni significato, esercizio ginnico per poltrone umane sonnolenti e scarsamente intenzionate a fruire realmente lo spettacolo.
Che fare? Forse agire sugli abbonamenti in modo rivoluzionario potrebbe essere un'inizio, ma si accettano consigli.

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