Magazine Venerdì 10 agosto 2007

Un lettore: «l'omofobia mi tormenta»

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Sono Antonio,
uno studente diciottenne eterosessule. Da tempo però - dall'inizio della mia adolesecenza, dalle scuole medie forse - porto dentro questo problema latente, che credo di aver individuato nell'omofobia.
Ripeto, sono un ragazzo, ben forte della mia identità sessuale, un'identità sessuale eterosessuale. Mai avuto rapporti di alcun genere di tipo omosessuale, niente di niente: il solo pensiero mi dà ribrezzo. Sono totalmente attratto dall'altro sesso, il mio istinto va solo in una direzione: per intenderci, mi eccito avendo un erezione, solo di fronte a donne o immagini di donne. Mi sono innamorato sempre e solo di donne. Semplicemente, le amo. Sono così come sono, e ciò mi rende felice ed appagato di me stesso.

Ho avuto le mie esperienze - sesso orale e preliminari - ma sono ancora vergine, non avendo mai avuto una penetrazione vaginale (o anale). Nessun problema quindi, invece... Il problema è una latente angoscia di poter diventare omosessuale, di diventare quello che io più disprezzo: ciò mi turba fortemente, inficiando la mia qualità di vita e il mio rapporto con la sessualità.
La domanda "e se fossi omosessuale?" se la sono posta tutti - o almeno credo - e la risposta, nata dai miei istinti e dalle mie inclinazione, è stata totalmente negativa. Però questa domanda non me la scrollo di dosso. A volte penso come se il mio cervello, la mia mente, mi mettesse sempre alla prova. Guardo immagini di uomini, ad esempio: nulla. Zero erezione, zero eccitazione, niente. Anzi, dopo un pò comincio anche ad infastidirmi. Cosa diamine ci devo fare io con questi belloni, dove sono le tette? ;-)
Ma la mia mente me li fissa in testa: come se volesse testarmi e vedere le mie reazioni. Sono stanco di questa cosa: voglio vivere la mia vita serenamente, con una donna da amare in ogni senso.

Il terrore di essere considerati omosessuali domina le menti dei "normali eterosessuali", perché proprio questo terrore costituisce la mente di un "normale eterosessuale.
In questa considerazione di Calvin Thomas mi ci rispecchio molto. E sento anche di aver torvato la risposta: la mia paura, l'angoscia di poter essere quello che disprezzo, è al prima attestazione che non lo sono e non lo sarò. Al contario, se lo fossi non mi tormenterei con questi dilemmi. Lo sarei e basta. Che ne pensa?

Le ho esposto il mio problema nella sua totalità e spero, grazie ad una sua risposta, di chiarmi le idee e vivere ancora meglio, con maggiore tranquillità e sicurezza, la mia sessualità.
La ringrazio,
Antonio

Cosa ne penso?
Penso che quello che mi ha scritto sia la lettera di un “normale eterosessuale diciottenne” dove il punto critico sta, appunto, nella sua età. Il tema della sicurezza della propria identità sessuale, infatti, può essere affrontata da diversi punti di vista e, a seconda dei casi, si sviluppa in maniera diversa a seconda dei contesti in cui la si affronta. Quindi non affronterò il tema dell'omofobia in senso generale, ma mi limiterò a quello che, secondo me, la riguarda.

Lei pone la questione della sua identità sessuale su di un piano logico e la sviluppa con una modalità che appartiene alla speculazione tipica della fase adolescenziale, fase di grandi trasformazioni e quindi di grande insicurezze e quindi di ricerca di grandi chiarezze (e di ideali). E da qui la sua esigenza di mettersi alla prova.
Ora, se vi è un ambito in cui le insicurezze (e la mancanza di punti di riferimento e di comportamenti certi) questo è proprio l’ambito sessuale. Nel quale confluiscono e si combattono forti pulsioni e forti condizionamenti sociali. Quindi credo che la sua omofobia sia come la punta di un iceberg, ovvero la parte che si manifesta di una problematica più generale e diffusa che lei vive e affronta nel suo diventare una persona adulta.

Detto questo, e spero di averlo detto in maniera non troppo complicata, temo che la strada per vivere bene la propria sessualità e la propria vita in generale sia un po’ più complicata e lunga.
La frase che lei cita - che io non conoscevo ma che ho apprezzato - è molto più profonda di quanto si creda ed è formulata come una ingiunzione paradossale o se preferisce, come un koan zen. La cui soluzione o comprensione implica l’uso di una strategia ben più complessa che non l’uso della logica dicotomica (bianco-nero, giusto sbagliato, normale anormale).

Quindi, se mi permette, gliene presento un altro: "Ogni uomo normale spera di essere considerato speciale". Il che, tradotto, significa che secondo me lei è davvero un “normale eterosessuale diciottenne” come tantissimi altri, altrettanto normali, ma non si preoccupi troppo quando scoprirà che ci sono tantissimi modi diversi per essere normali ed eterosessuali.
Buone vacanze!
di Marco Ventura

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