Magazine Martedì 24 luglio 2007

Rincontrarsi sei anni dopo il G8

Magazine - La settimana scorsa si è parlato di nuovo tanto del G8, di quei giorni terribili che mai dimenticherò. In piazza Alimonda, venerdì scorso, si ricordava Carlo Giuliani. La sera stessa, alla tivù, un film-documentario, che non mi è piaciuto per niente. Ma con la tivù è facile. Si spegne. Quel poco che ho visto (una mezz’ora) ha mostrato solo un lato di questa grande manifestazione. Quella delle vetrine spaccate, delle macchine bruciate e via dicendo. Non c’erano riprese (a quanto ho visto, perché poi ho spento) sulle tante piazze tematiche che si sono tenute in quei giorni. Sui contenuti.
C’erano uomini e donne provenienti da tutto il mondo, a testimoniare le crudeltà, le guerre, le ingiustizie, la fame, contro le quali si voleva manifestare.

In quei giorni io collaboravo, con altri genovesi come me, con il gruppo dei registi coordinato da Cito Maselli. In breve si trattava di portarli in giro, conoscendo la città, e trovare i modi per spostarsi velocemente in modo da riprendere ogni cosa. Una tale ondata di brutalità non l’avevo vissuta mai. Non avevo mai visto, con i miei occhi, colpire ripetutamente qualcuno, calci e manganellate, con il manganello rigorosamente tenuto alla rovescia, che fa più male. In cinque o anche di più, erano a volte i poliziotti, che con efferatezza si accanivano soprattutto su persone innocue, svenute a terra, immobili, o che cercavano riparo sotto le macchine. Per poi non affrontare, caricare o colpire quelli che invece spaccavano tutto, per esempio l’ultimo giorno in corso Marconi. Me lo ricordo bene.

E non avevo mai visto distruggere le vetrine, assaltare i negozi, svaligiarli, spaccare ogni cosa, bruciare tutto, ridurre questa mia città al disastro, da un gruppo di mille, forse di più o forse meno?, chissà quanti erano in tutto questi personaggi, chi per puro sfogo della propria rabbia patologica, chi forse mandato apposta a farlo. Ma non è questo di cui voglio parlare, perché sarebbe un discorso troppo lungo e complesso, quello sulle responsabilità di quanto è accaduto.

Voglio invece raccontarvi una cosa. Perché in quei giorni mi è anche capitato di conoscere e imbattermi in persone straordinarie. Per esempio c’erano il regista Stefano Sciallotto e il suo operatore (io ero con loro). Durante i primi giorni (mercoledì, giovedì) si intervistavano persone di ogni parte del mondo, c’erano belle feste (chi si ricorda quella dell’Acquasola, il concerto di Manu Chau?) e la fantastica manifestazione di giovedì, quella dei Migrantes. Tanta gente conosciuta, con molti ci siamo scritti via mail, nei giorni successivi, per parlare e sfogare, con chi c’era, il proprio dolore e la propria incredulità.

E poi ho incontrato questo ragazzo, allora avrà avuto una quarantina d’anni, più o meno, un tipo smilzo con gli occhiali. Ci eravamo incrociati di sfuggita, alle riunioni. Era uno di quelli che collaborava con i registi romani.
Ricordo quella sera molto triste, verso le sette, eravamo in piazzale Kennedy. C’era Bertinotti che parlava. Ormai tutti sapevano con certezza che un ragazzo di soli venti anni era morto. Stavamo lì, ognuno raccontava le sue cose, ci si scambiava opinioni, si cercava di capire, ci si dava un appuntamento per la sera e per la mattina successiva. Poi non so che è successo. Subito prima era tutto tranquillo. A un tratto vedo gente che comincia a correre spaventata in tutte le direzioni. Ho sentito in sottofondo intonare un faccetta nera, proveniente dalla zona fiera. Mi guardavo intorno e non capivo. Qualcuno urlava, caricano!, ma io non vedevo niente. Poi del fumo.

Durante quella giornata diverse volte mi ero ritrovata a scappare. Avevo sempre individuato da che parte arrivava il pericolo, cercato la via di fuga più breve e corso all’impazzata, guardando anche per aria, che non mi piovesse nulla sulla mia testa. Avevo avuto molta paura, moltissima. Ma avevo sempre reagito, fuggendo come una centrometrista. Invece, in quel momento, mi ha preso il panico. Tremavo come una foglia, ma non riuscivo a muovere un solo muscolo. Come in uno di quegli incubi dove vorresti scappare e invece non riesci a spostarti di un millimetro. Tutti intorno a me fuggivano, ed io lì, ferma e attaccata all’asfalto come una cozza. Poi a un tratto sento una mano che mi afferra per un braccio.
Salta su! Salta su!

Me lo deve urlare due o tre volte, perché io riesca a risvegliarmi. È il ragazzo smilzo con gli occhiali, in sella ad una vespa, un Primavera, se non ricordo male.
Salgo dietro a lui. Tieniti forte!, urla. Io mi aggrappo a lui e chiudo gli occhi. Non so come siamo riusciti ad uscire da quella bolgia. Ma poco dopo eravamo fermi in una strada deserta, lui che aveva il fiatone, io che continuavo a tremare.
Stai bene?, mi ha chiesto.
Sì, ho risposto.
Vuoi che ti accompagni da qualche parte?
No, grazie, ho balbettato.
Volevo andarmene a casa mia, stare un po’ sola, in silenzio.
Avevo una gran voglia di piangere.

Non l’ho mai più visto quel tipo, per ringraziarlo. Avrei voluto incontrarlo, avevo anche cercato di chiedere se qualcuno ne sapeva qualcosa. Ma non conoscevo neanche il suo nome. Neanche sapevo se era di Genova. Poi sabato pomeriggio, a distanza di anni, ero lì, dal verduraio, e chi se lo aspetta, dal verduraio, a comprare insalata e pateca, e l’ho visto (che comprava dei cetrioli, ma ciò, mi rendo conto, non è rilevante). All’uscita l’ho fermato. Scusa, senti, sei mica tu, ti ricordi?, quella volta, tu con la vespa. Ah, sì, mi ricordo, eri tu? Non ti avevo riconosciuta, sì, ora ricordo.
Non so se si sia reso conto fino in fondo di quello che ha fatto per me, quel giorno. Insomma, sono riuscita a dirgli grazie.
Per bene.
Con calma.

di Claudia Priano

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