Magazine Martedì 17 luglio 2007

Bigazzi e Guerrazzi: la memoria dei '70

C’è un gruppo che si sta sbarazzando di testimoni pericolosi, scomodi, e nessuno ha sinora dato un nome e una fisionomia a questo gruppo... Hanno armi, le sanno usare, non hanno scrupoli, agiscono come professionisti del crimine.

Come nella mafia o nella 'ndrangheta, negli anni di piombo un'altra procedura violenta e fosca mieteva vittime. Nel romanzo Il compagno sbagliato (Mursia, pp. 204, 15,00 euro), Stefano Bigazzi e Vincenzo Guerrazzi partono da una base storica con cui essere congruenti: il 1975 e geograficamente Genova - e il nord Italia - per far emergere oltre alla verità del romanzo una verità storica pochissimo indagata: una serie di esecuzioni rituali, di figure aderenti a movimenti politici extraparlamentari, forse individuati come anelli deboli della catena, forse temuti traditori, che somiglia tanto ai delitti di stampo mafioso. Episodi registrati soprattutto a Milano e a Roma e che in qualche modo avevano a che fare con il giro dell'eroina.
I due autori ci tengono però a ribadire che non era loro intenzione scrivere un libro sugli anni di piombo, piuttosto «una memoria degli anni '70», e Guerrazzi sottolinea: «abbiamo raccontato le nostre vite, perché quando si scrive uno deve necessariamente partire da se stesso».

Di questo romanzo, che sta tra il poliziesco e il noir senza irrigidirsi in tecnicismi di genere, Bigazzi, giornalista de La Repubblica, e Guerrazzi, l’operaio-scrittore, ma anche pittore, ne avevano cominciato a parlare seriamente nel 2005. «È un giallo per modo di dire – afferma Guerrazzi – perché quello che importa, è raccontare cose che nessuno vuole raccontare, tra cui il fatto che gli extraparlamentari lottassero per il loro potere e non per quello della classe operaia. Lo dimostra il fatto che oggi molti di loro, ragazzi sazi, si affaccino sorridenti dalla direzione di organi di comunicazione, dagli schermi, con le tasche abbondanti, mentre altri non ci sono più. La verità sugli anni '70 non è ancora venuta fuori, non si vuole farla venire fuori.
Noi raccontiamo un pezzo di storia: quella di Luca braccato dai compagni e dalla polizia».

La scrittura a quattro mani è partita solo nella primavera del 2006. «Stabilita la storia – racconta Bigazzi - ognuno è andato avanti su tracce diverse, il che ha poi comportato una forte riscrittura, là dove i due percorsi divergevano troppo, in particolare sui personaggi». E Guerrazzi continua: «Una volta raggiunto l’accordo, si è trattato di trovare una formula per unificare il linguaggio. Per farla breve, la ricetta è semplice: abbiamo preso un grosso pentolone e fatto un minestrone ben dosato, attenti ad evitare la supremazia di un sapore, come per esempio il basilico, sul resto. Genova l’abbiamo descritta nel dettaglio e, soprattutto, come la vedevamo noi in quegli anni. Poi, per esempio, rispetto alla memoria storica di alcuni eventi, siccome ho qualche anno in più di Stefano, ricordavo cose di cui lui non aveva più memoria perché all’epoca era solo un ragazzo».
Com’era quella Genova? «Una città priva di colore – risponde Guerrazzi - o meglio monocroma: di un grigio ferro. Però c’era più vento e i colori della natura erano più esaltati. Apparentemente era una città industriale a pieno ritmo, in realtà a metà degli anni ’70 era già cominciato il declino. L’unico colore lo davano le manifestazioni, i cortei. Erano anni in cui si lottava e in cui si sono ottenute conquiste importanti, per esempio nel campo della sanità. Le conquiste di quell’epoca oggi si stanno esaurendo».

Va da sé che partendo da pratiche di scrittura piuttosto diverse, quella giornalistica di Bigazzi da un lato e quella più narrativa e metaforica dall’altro, la parte più impegnativa sia sta nel «cercare di omogenizzare la scrittura – continua Bigazzi - per trovare uno stile condivisibile - lui per esempio ha lavorato sugli sguardi, io sui silenzi - e delineare personaggi credibili, a cui poi abbiamo lavorato tutti e due. Il ragazzo, Luca Quartullo, per esempio (protagonista della storia, ndr) rischiava di diventare un’icona rivoluzionaria troppo stereotipata e allora ci siamo detti: “rendiamolo un po’ più fragile”. Costruendo la narrazione invece il personaggio del commissario (Antonio Sita, ndr) procedeva spedita, emergeva un uomo ligio al dovere, poco succube, con una propria architettura mentale, ma piuttosto normale. Una figura poco coerente con i fatti storici del ’75, per esempio la nascita e definizione del Sindacato di Polizia, in un paese ancora piuttosto arretrato e pieno di tensioni, in cui si ragionava ancora in termini di resistenza e fascismo. Perciò altrove nella scena dell’interrogatorio abbiamo delineato un giudice un po’ sopra le righe, più poliziotto che magistrato.
E poi abbiamo recuperato gli slogan che sono stati il pane dell'attività politica dell'epoca».

Restando ancora sui personaggi, la figura di Floriana, giovane borghese rivoluzionaria, resta avvolta nel mistero, ma in più punti svolge un ruolo chiave nel plot. Qual era il ruolo delle donne all'interno dei comitati politici in quegli anni? «Nel '75 a Genova - spiega Bigazzi - il movimento femminista non aveva voce in capitolo. Nelle assemblee trovavi le compagne, qualcuna spiccava più delle altre, ma restavano ai margini. All'inizio nel romanzo, avevamo pensato a un ruolo più importante per Floriana, ma poi a Genova non reggeva».

«Alla fine abbiamo scelto un finale più aperto, forse un po’ cedente...», conclude Bigazzi. In questa storia fosca, delittuosa, dove emergono posizioni contradditorie, la conclusione non definitiva si fa emblema della difficoltà di raccontare una volta per tutte quel passato.

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