Magazine Venerdì 6 luglio 2007

La stanchezza di avere paura

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Ho 37 anni, con un'infanzia difficile segnata da lutti e da una serie di problemi gravi che hanno coinvolto le persone che mi erano care. Sono vissuta in una famiglia senza risorse umane, che ha reagito disgregandosi, e dando origine ad altri guai: con una madre dipendente e depressa, niente soldi, né possibilità per il futuro.
Io, nonostante tutto, da lì ho preso qualcosa, e infatti ho reagito: ho lavorato, studiato, trovato un lavoro dignitoso, comprato un fazzoletto di casa dove sto appena, ma che è la mia. Vissuto una lunga e dolorosissima storia sentimentale con un "uomo perfetto" che mi ha permesso di allontanarmi da casa, senza però mai nemmeno parlare di sposarsi o di un figlio, vivendo come un ragazzino, buono, simpatico e "accudente"; presto ho cominciato a tradirlo con il suo alter ego: egoista, ottuso, concentrato solo sui suoi bisogni, ma che ha sempre esercitato su di me una attrazione fortissima, incoercibile. Avanti così, per anni, dilaniata dai sensi di colpa e dalla confusione, senza poter mai nemmeno ipoteticamente mettere in discussione il mio rapporto, finché la mia coppia è scoppiata, ed ho scoperto che il mio compagno mi tradiva, da anni. Per sesso, con la stessa donna, diceva. È stato come se mi rovesciassero dall'interno. Uno shock. Credo non mi amasse più da molto tempo.
Non mi ha risparmiato la crudeltà di non dirmelo, mi ha negato la dignità dell'onestà. Come se non fossi in grado di vivere senza il suo aiuto, come se non ce la potessi fare. Anch'io l'ho tradito tanto, ma l'ho lasciato mille volte, duemila ho avuto comportamenti sospetti. Ho fatto la figura della stronza ingrata davanti a tutti, amici e parenti, ma lui no, mai dato mezzo motivo di sospetto, quando lo lasciavo andava a piangere da tutti. Così, sono caduta dal ventesimo piano. Ho provato ancora, testarda sino all'inverosimile, allo sfinimento, a recuperarlo, in tutti i modi. Se mi ha tradito allora non è così perfetto, può amarmi, mi dicevo, possiamo capirci.
Oggi mi ha lasciato definitivamente, per una donna molto più giovane, forse più semplice o disponibile. Ed io ora sono qui, a sopportare l'amore malato dell'amante, le sue reazioni da ragazzino. Ancora qui, a cercare di ottenere la favola, di cambiarlo. L'attrazione è intatta, ma mi fa sentire uno straccio, perché il mio corpo, forse anche il cuore, lo vuole, ma la mia testa, tutto ciò che ho costruito dentro negli anni mi dice «ma che ci fai con lui?». E non cresce, nè lui, nè il nostro rapporto. Sono così stanca, forse anche di avere paura. E intanto sopporto i guai di una famiglia che continua a perseguitarmi, mia madre ormai su una carrozzina, i problemi economici di mia sorella, la malattia di mio fratello che, poveraccio, è l'unico con il quale riesco ad avere uno straccio di rapporto umano decente. Gli voglio bene, e questo mi aggiunge pena.
Sempre più mi sembra che niente abbia senso, che la vita va come vuole, e si prende gioco di noi. Che quasi tutte le persone vivono per niente e di niente. Soffoco, avizzisco. Raspo le pareti di dentro e non trovo niente a cui aggrapparmi, anzi esce dolore, delusione.
Quando finirà questa guerra stupida e senza vincitori?
Grazie, comunque, per quello che fai
Gianna


Cara Gianna,
ho letto e riletto la sua storia in tempi diversi ed in giorni diversi, e ogni volta trovavo una frase o una parola che mi attirava per la densità di significati che esprimeva. Ancora adesso, mentre scrivo, mi capita di rileggere una riga e di trovarvi dentro un mondo. Di emozioni molto intense. Alla fine, però, pur non conoscendola di persona, mi sono reso conto che in tutto quello che scrive vi sono troppi sentimenti e troppo forti, troppi legami, troppe storie che si intrecciano, e che formano una trama dove i significati si intersecano, si scambiano e diventano un vissuto, doloroso, ma troppo confuso.
Se lei fosse seduta davanti a me le chiederei di fermarsi un attimo e di concedersi il tempo per osservare lei stessa la sua storia senza dover seguire, o inseguire le forze delle sue pulsioni. Le dico questo perché, a volte, le persone si trovano ingabbiate da una rete di pensieri che vengono distorti, dentro di noi, dal dolore, o da altre emozioni così forti che finiscono con l’ingannarci facendoci credere che non abbiamo altra strada, altra possibilità che fare ciò che sentiamo, impedendoci così di affrontare la nostra vita con tutte le nostre risorse.

Questo per incominciare a dire che quello che è successo è la sua storia, ma non il suo destino. Che le vicende passate influenzano il suo essere di adesso ma ci sono le possibilità per avere un futuro diverso. Oppure, per riprendere un concetto caro a Freud che dobbiamo passare da un primato assoluto delle pulsioni (più o meno conscie) ad una gestione della nostra vita che tenga anche conto dei dati di realtà. Di una realtà che, però, non è solo quella che credimo di vedere attraverso le lenti colorate dalle nostre paure.

Quindi vorrei che lei si sedesse e rileggesse la sua lettera e la rileggesse ancora come se fosse la lettere di un'altra persona, di un'altra donna, di un'amica e, con calma, pensasse a cosa lei potrebbe dire, a questa amica per aiutarla a cambiare, magari non tutto il suo passato ma almeno una parte del suo futuro.
Spero che lei ci provi, e spero che le possa anche essere di aiuto. Se poi sarà così gentile da farmi sapere come sta dopo averlo fatto, mi farà piacere leggere la sua nuova storia.
di Marco Ventura

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