Magazine Martedì 26 giugno 2007

L'Africa di Valentina Mmaka

Venerdì 29 giugno, la scrittrice Valentina Acava Mmaka sarà a San Terenzo (Lerici - SP) per presentare il suo libro Cercando Lindiwe, in piazzetta Brusacà, ore 18. Moderano l'incontro Laura Santini (Mentelocale) e Gaia Amaducci (Epoché), letture a cura di Caterina Castagna - Teatro dell'Oca.
Al termine della presentazione sarà offerto un aperitivo. Organizzazione a cura della Pro Loco di San Terenzo. Per info: +39 0187 971597, Epoché Edizioni +39 02 58310045.

Il Sud Africa, l'apartheid, la lotta politica da esuli e lo sdoppiamento di identità nella nuova patria: per sicurezza e semplificazione. Tutto questo è dentro la storia intima, origliata tra le pagine di Cercando Lindiwe (Epoché), il nuovo libro di Valentina Acava Mmaka.
Essendo giornalista Mmaka, sudafricana che vive da tempo in Italia, aiuta il lettore (con lungimiranza) a rintracciare in breve i fatti storici in cui collocare la vicenda di Lindiwe e Bongani in un capitolo introduttivo: L'eco della storia.
Cercando indiwe è un racconto dal sapore amaro, pieno di tutta la gamma dei sentimenti - dalla dolcezza alla rabbia, dal rancore alla disillusione - che si agitano dentro ogni individuo costretto a lasciare le sue radici, costretto a tacere, costretto nella prigione della sua idea rivoluzionaria. Lindiwe e Bongani fuggono dal Sud Africa con una sola valigia di cartone e approdano in un mondo che gli cambia nome, negando la loro identità e gettandoli in un doloroso anonimato.

Raggiunta al telefono Mmaka è immersa nel vocio allegro e inarrestabili di bambini/e, ci accordiamo così per un'intervista via email. Le do del tu e subito accetta sottolineando che «In Africa il "Lei" non esiste».

Nelle vesti di scrittrice, giornalista ma anche intermediatrice culturale la tua missione è dare voce e forma a un'idea dell'Africa, diversa da quella che abbiamo in Occidente. Qual è questa idea? Come dovremmo guardare all'Africa?
Parlare di un’unica Africa è troppo generico, l’Africa è un continente vastissimo quindi premetto di parlare di quelle parti di Africa che ho vissuto e conosciuto direttamente. L’idea è quella di un continente che poggia le sue basi essenzialmente su due valori fondamentali che generano tutti gli altri: la condivisione e la solidarietà.
Nei miei libri per ragazzi racconto l’Africa dove lo spirito di condivisione è più importante di qualsiasi bene materiale, anche del più essenziale; dove le avversità vengono superate con una filosofia di vita quotidiana che riduce il disagio in favore di uno sguardo proiettato verso il benessere comune.
L’Africa ci insegna il valore sacro dell’ospitalità che diventa un dono e significa dialogo. Mettere a proprio agio l’ospite significa dargli la possibilità di esprimere se stesso nella massima spontaneità, e questa è un'altra cifra fondamentale dell’Africa. L’essere spontaneo, vivere il quotidiano improvvisando senza copioni, senza filtri, senza maschere, senza la necessità o la schizofrenia di attenersi a dei clichè o a delle etichette, come invece accade in questa parte di mondo. Quotidianamente, attraverso la scrittura e la mediazione cerco di promuovere questi valori: nella mia famiglia come madre, nella società incontrando i bambini, gli educatori, le istituzioni. Potremmo iniziare a considerare o riconsiderare questi valori non solo per guardare con occhi diversi all’Africa ma anche per costruire una società civile che sappia riconoscere nell’altro una ricchezza da condividere.

Lavorando nelle scuole e scrivendo fiabe hai incontrato bambini e ragazzi, che lavoro costruisci con loro e quali sono le eventuali barriere che incontri più di frequente?
Il mio lavoro di mediatrice nelle scuole è sviluppato su diverse attività: singoli incontri, laboratori, percorsi didattici per i quali mi avvalgo del contributo della tradizione favolistica africana, che ho raccolto dalla mia infanzia e via via nel mio percorso di vita. Il rapporto con i bambini è molto importante per me, attraverso di loro riesco a farmi un’idea di chi o cosa c’è dietro la loro presenza emotiva e intellettiva. Riesco ad esempio, a percepire i deficit di una famiglia, di una scuola e di un contesto sociale più ampio in relazione alla percezione che hanno di sé e della propria identità, a tematiche quali la diversità, la responsabilità civile, la tutela ambientale. I bambini offrono uno sguardo critico sincero sulle situazioni che gli vengono proposte. La loro curiosità, la loro voglia di mettersi in gioco, di scoprire, di sperimentare dovrebbe essere un segnale da accogliere e incoraggiare, soddisfare e promuovere. Non sempre le istituzioni percepiscono questa dimensione. Ed è un peccato.
Mi rendo conto, lavorando da diversi anni in questo settore, che non esistono basi solide per dire che l’Italia stia costruendo il suo progetto di interculturalità. Ogni giorno come madre e operatrice mi trovo davanti a situazioni in cui l’altro, il diverso, sia esso straniero o portatore di handicap, diventa soggetto discriminato e questo non solo sulle basi di una discriminazione oggettiva, quanto sull’incapacità dell’individuo di riconoscere se stesso come soggetto unico, portatore di una identità che muta nella misura in cui viene in contatto con le esperienze.
Ci tengo a dire che non lavoro solo con i bambini piccoli, ma anche con i ragazzi delle scuole medie e superiori; loro riflettono altri tipi di interrogativi e offrono una visione più elaborata sulla società multietnica. Anche loro hanno bisogno di spazi per far sentire le loro voci… le loro insicurezze, le loro paure, i loro dubbi possono davvero aiutarci a riflettere sulle proposte e le soluzioni che serviranno a gestire un futuro dove la diversità non sia più una minaccia, ma un valore. A tale riguardo mi sento di dire che riorganizzare i programmi scolastici non significa semplicemente introdurre percorsi di educazione interculturale fini a se stessi, scissi dal resto delle materie curricolari. Significa piuttosto cambiare l’approccio ad una materia incoraggiando un “metodo” se vogliamo comparatistico in modo da considerare uno sguardo più ampio e differenziato sulla materia stessa, sia essa la storia, la geografia, la letteratura.

Nel 2010 il Sudafrica ospiterà la coppa del mondo FIFA. Sul web c'è già che descrive i vari progetti, in particolare i 10 stadi in costruzione. Che tipo di opportunità rappresenta questo megaevento? Quale novità rispetto al lungo isolamento vissuto fino agli anni '90?
Sicuramente sarà un evento importante per il Sud Africa, creerà posti di lavoro nuovi, scambi economici internazionali, sarà sotto i riflettori del mondo, tuttavia il successo di questo evento starà nella misura in cui esso saprà incoraggiare uno sviluppo-crescita verso l’esterno senza perdere quello per cui ha lottato per secoli, la voce della propria identità. Il poeta Wally Mongane Serote, in una sua poesia si interroga su “quali saranno le nostre prime parole”? dopo l’apartheid. È una metafora, le nuove parole saranno quelle che racchiuderanno la ricchezza inconfondibile di un popolo di popoli diversi, capaci di comunicare e condividere le sorti di un’esperienza unica: la libertà. Una voce per tutti che non dovrà morire soffocata sotto il peso di un colonialismo di tipo economico che sta “conquistando” l’Africa intera.

Come costruisci le tue storie? Senti prima la voce di un personaggio o parti dalla trama?
Sono cresciuta ascoltando le storie che mi raccontava la mia seboledi(bambinaia). Si chiamava Sera, lei mi ha nutrita di storie e canti in lingue diverse, sollecitando la mia percezione orale del racconto. Direi che sono innanzi tutto una narratrice, quindi le mie storie perlopiù nascono da una voce. Dietro questa voce non sempre c’è un personaggio: talvolta è il richiamo di un’idea, di una sensazione, di un’emozione. La mia scrittura teatrale si nutre di voci che cercano di affermarsi sul palcoscenico di una storia. Nei miei romanzi e racconti le voci prendono le sembianze di un personaggio quando è impegnato a cercare una collocazione in una determinata situazione o quando si ribella ad una condizione che lo costringe a non essere se stesso.
Quando scrivo libri per ragazzi, di solito urge in me la rappresentazione di una prospettiva diversa su un determinato argomento. In I nomi della pace. Amani ho scelto di rappresentare un dialogo tra un albero e una bambina sul significato più esteso della pace. Nella storia è l’albero ad avere il ruolo del saggio, di colui che guida la bambina verso l’affermazione della pace come ideale di vita che inizia dal proprio vicino. In Jabuni: il mistero della città sommersa, il punto di vista e l’esperienza individuale di quattro ragazzi appartenenti a quattro diverse tribù, sull’ambiente minacciato dall’uomo, è determinante per la salvezza di un intero ecosistema.

In Cercando Lindiwe ho trovato molto intensa la lettura dell'essere esule, resa attraverso il contrasto tra anonimato e identità; essere se stessi con la propria storia e essere qualcuno che gli altri vedono, ma non comprendono, non sanno nominare e collocare. Ruth e Lindiwe, Ruth e la voce, Ruth e il nuovo contesto che la chiama Ruth e non sa che per lei Ruth significa non-Lindiwe e non coincide con il suo io. Credo che questa scissione interiore sia tanto più intesa in quanto in un certo senso rimanda a un conflitto universale tra l'essere e l'essere percepiti...
Certo, la storia di Lindiwe può avere diverse chiavi di lettura, è la donna che vive la drammatica esperienza dell’esilio che vuol dire abbandono, sradicamento, solitudine. Dall’altra però racconta anche la situazione di chi trova spaesato quando si tratta di affermare se stesso in una società che sempre più spesso rifiuta l’uomo in quanto espressione individuale e privilegia l’uniformità della massa, di ciò che è identificabile in un’etichetta.
Relativamente alla dimensione multiculturale, il peso di questa affermazione diventa ancora più incisivo. All’”altro” si chiede di semplificare (leggi uniformare- sminuire) il proprio sé per essere accettato. Gli si chiede di cambiare nome perché il suo è troppo difficile da pronunciare; gli si chiede di disimparare a poco a poco la sua lingua perché “qui” non serve e fa troppa confusione; gli si chiede di accettare un’esistenza che non gli appartiene, un’esistenza costruita su di lui perché possa essere tollerata dagli altri. Tutto questo fino a quando l’individuo non saprà più riconoscersi, avrà perduto la percezione della propria identità con la gravissima conseguenza di essere diventato un perfetto anonimo, non sarà più riconosciuto da nessuno: né dalla sua gente, dalla sua famiglia, né da chi si relaziona con lui come “straniero”.
Il successo di un impegno civile mirato alla realizzazione di una società democratica e aperta sta proprio nella capacità di ogni singolo individuo di vivere assecondando l’espressione della propria identità, valorizzandola, confrontandola nel quotidiano, in ogni ambito trasmettendola alle giovani generazioni.

Nell’immagine di copertina c'è una donna nera che fuma una pipa con un bimbo a tracolla. Puoi raccontarci la vita al femminile in Africa, che da questa immagine esce con grande potenza come un essere indipendente e parte di un mondo naturale, ma anche in qualche modo sofisticata creatura in questa posa, con queste vesti, con la pipa...
L’immagine è stata accuratamente scelta dal mio editore Gaia Amaducci, quando me l’ha proposta l’ho subito amata. È una donna della tribù Xhosa che veste abiti tradizionali e tiene sulla schiena suo figlio: è l’immagine materna della donna africana che “culla” il proprio bambino al ritmo dei suoi passi, trasmettendogli il suo calore, ha lo sguardo rivolto all’orizzonte, simbolicamente sta guardando il domani. Condivido la tua “lettura” dell’immagine: da una parte mostra la certezza della donna che deriva dall’avere una chiara percezione di sé, quindi una donna cosciente della propria identità e del proprio ruolo di madre consapevole della propria responsabilità civile in una società che si sta riscattando dalle sofferenze e dalle limitazioni dell’apartheid. È un’immagine che rappresenta l’ideale della donna africana di oggi e di domani.
In realtà, senza generalizzare, le donne sono delegate ad un compito molto importante e delicato: sta a loro costruire una società fondata sulla mediazione tra la tradizione culturale e la spinta, spesso troppo rapida, della globalizzazione. Questa è una delle grandi sfide del futuro: ora che ad esempio il Sud Africa ha cominciato a raccontarsi (attraverso i suoi scrittori e intellettuali) a trovare una voce propria, saprà mantenere un legame con il proprio patrimonio identitario, o soccomberà sotto il peso dell’omologazione? Oggi in Sud Africa le donne hanno sempre più accesso nei luoghi di potere, il 32% delle quote nel parlamento sudafricano è affidato a donne. Sono le organizzazioni di donne che sopperiscono alla carenza di istruzione dei bambini confinati nell’entroterra del paese; sono loro a costituire reti di dialogo e sostegno alle donne maltrattate; il loro attivismo è sorprendente e continuano ad essere madri consapevoli, custodi della tradizione, attiviste impegnate nella promozione di progetti di crescita.

Se si pensa all'Africa si pensa a una popolazione di colore, ma il Sud Africa invece è una terra dove sono moltissimi i bianchi che si sentono di appartenere profondamente a questa terra. Puoi spiegare brevemente le dinamiche del vissuto post-apartheid tra le diverse comunità in Sud Africa?
Il passaggio dall’apartheid alla democrazia è stato doloroso un po’ per tutti. Da una parte i discendenti dei colonizzatori boeri, gli afrikaaner, si sono trovati di fronte ad una realtà mai sospettata, trovarsi iscritti nelle liste di disoccupazione, da farmers a manovali in cerca di un posto di lavoro insieme ai neri e ai meticci; dall’altra neri meticci e asiatici che prima erano tutti uniti nella lotta per smantellare l’apartheid si sono scontrati nella corsa ai “privilegi” e alle opportunità da acquisire. Non tutti i sudafricani vivono avendo le stesse possibilità di scrivere la nuova Storia del loro paese.
Oggi l’apartheid non c’è più, chiunque può muoversi liberamente tuttavia la configurazione urbana delle città non si è modificata di molto: i bianchi continuano a vivere perlopiù nelle zone residenziali, i neri nelle township. Il divario economico; l’Aids; la disparità di accesso all’istruzione sono motivi di tensione sociale tuttavia non bisogna dimenticare che il Sud Africa ha subito più di tre secoli di segregazione razziale, quindi è impensabile che tredici anni di democrazia bastino a sistemare le cose. Occorrono generazioni forti volenterose e capaci di gestire il Sud Africa multietnico di domani, una classe politica che faccia della trasparenza il suo motto. Nonostante riconosca le radici del realismo pessimista, recentemente espresso sulla stampa internazionale, dallo scrittore André Brink, accetto di condividere la sfida ottimista con la quale Nadine Gordimer guarda al domani del Sud Africa.

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