Concerti Magazine Sabato 23 giugno 2007

Questo è il Vasco che ci fa emozionare

Si fa presto a dire «vado a vedere Vasco». Soprattutto quando si opta per una trasferta in pullman che così mamma e papà son tranquilli, non devi guidare stanca di notte e scannarti per il parcheggio. Alle 14.30 di ieri – venerdì 22 giugno 2007 – mi ritrovo sotto il sole cocente di piazza della Vittoria: i sette pullman ci aspettano. Si parte con un’ora di ritardo e fin qui, nulla di (troppo) strano. Poco prima di Tortona, uno dei nostri potenti e sfreccianti veicoli dell’anteguerra inizia a fumare in maniera preoccupante e ai quaranta passeggeri tocca aspettare un’oretta buona i rinforzi, scolando birrette e fumando nervosamente in una piazzola di servizio. Gli altri sei bus, compreso il mio, ripartono alla volta di Milano.
Ora, pensiamo, ci danno i biglietti e ci fiondiamo a prendere i posti rimasti: son le 18 e iniziano a scarseggiare. E invece no, i biglietti sono rimasti sull’autobus fuso e la gente inizia a lottare per ottenere i pochi, ovviamente spaiati (uno anello blu, uno rosso, un prato), che possiede la nostra accompagnatrice. Tra insulti, imprecazioni e mani addosso arrivano i nostri eroi e, soprattutto, i nostri vitali lasciapassare. Sono le 19.15, il concerto parte alle 20.30 e i posti sono finiti da tempo. Guadagno un secondo anello blu, provo a corrompere un ragazzo dello staff, non ci riesco e infine mi apposto in piedi in cima alla gradinata. Ora che ho il palco davanti agli occhi, lo scazzo del viaggio passa e non resta altro che aspettare. Alle 21 - e chissenefrega se doveva partire mezz'ora prima - arriva lui.
Ed è il delirio.

Vasco ho iniziato ad amarlo tre anni fa, condizionata dalla sorella che fa i compiti ascoltando Albachiara e un fidanzato cresciuto a pane e Fegato spappolato. Ora, purtroppo, quel ragazzo non c’è più, la sorella invece è urlante ed emozionata con me al concerto e la passione per il Blasco è sempre la stessa. Le batoste sentimentali, le serate etiliche con gli amici, l’incomprensione, gli incredibili teatrini politici e sociali, la dolcezza di un tramonto o la nostalgia per il tempo che scorre: Vasco non ci insegna nulla, racconta, semplicemente, trovando anche per te quelle parole che ti mancavano per spiegare tutto questo. È per questo che Vasco si ama, perché è un libro aperto da cui attingere per trovare la frase giusta, i versi per descrivere un’emozione, le parole per fare uscire la rabbia o un cuore che batte.

Basta poco x farli inkazzare. Alza il volume e facci cantare. Le sventolavano anche dal secondo anello. Il rocker modenese invita ironico il pubblico «Queste bisogna farle piano»: Basta poco, Cosa c’è, Blasco. Ora la gioia è davvero incontenibile e si prosegue con Voglio andare al mare, La compagnia, Buoni o cattivi, Lunedì. Spazio poi a un inedito – Non sopporto – che lascia il posto agli accendini in aria per Anima fragile (da una ventina d’anni fuori scaletta), Siamo soli, Un senso e un medley acustico altrettando inconsueto (Domani sì adesso no, La strega, Cosa vuoi da me, Delusa, Sono ancora in coma).
Toglie e rimette gli occhiali scuri, la giacca rossa di pelle, sempre con quel berretto verdone targato Blasco, quella sua camminata buffa e inconfondibile e i suoi sguardi, sempre gli stessi, che sfidano il passare degli anni.
Gli accendini tornano a brillare sulle oltre 72.000 teste, dal prato alle gradinate, per Vivere una favola, Stupendo, Come stai? e una sempre emozionante Sally. C’è chi dice no, Gli spari sopra, Siamo solo noi, Rewind, Ciao, Bollicine, Vivere e Stupido hotel. Un saluto e un ricordo all’amico Massimo Riva sulle note di Canzone e il gran finale con Albachiara.
Anche questa volta, Vasco, hai vinto: sulle lamentele, il ricorso al Tar e uno dei tuoi pezzi forti - Vita spericolata - cancellati all’ultimo dalla scaletta per protesta.
Facendo cantare, emozionare e piangere tutto lo stadio.

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