Magazine Lunedì 11 giugno 2007

L'umorismo surreale di Gero Mannella

Magazine - Un tale dà fuoco all'amata che gli aveva stretto troppo il nodo della cravatta. Un altro pare sia stato ucciso mentre sedeva sulla tazza del water. Un pasticciere si aggira per la città con una siringa in tasca. Uno sgozzamento è segnalato in un luogo molto misterioso. Su un binario spuntano ogni giorno nuovi cadaveri.

Queste le cinque brevi storie noir che compongono Non gettate cadaveri dal finestino (Coniglio Editore, 2006; 63 pp; 5 Eu), prima fatica editoriale del casertano Gero Mannella. Ad unire i racconti, lo strampalato personaggio dell'ispettore Gaudino Liberovici, un maldestro detective che si trova di fronte a casi inspiegabili, incomprensibili, senza senso né possibilità di risoluzione razionale.
Proprio così: dietro a un titolo azzeccato, che stuzzica l'immaginazione, si celano trame prive di logica, in cui il mondo reale viene improvvisamente privato di ogni coerenza e i rapporti di causa-effetto sono regolati in maniera imprevedibile.

«Il non-sense anecoico» scrive «è il guard-rail che separa la potenzialità letteraria dalla terra di nessuno del vaniloquio, caleidoscopio sotto formalina dove collidono simboli, suoni e forme prima di risolversi in impressione, ove mai vi si addivenga». E continua: «Insomma un bel modo per dire che scrivo per lo più cazzate». Lo dice lui, e ci fidiamo.
Effettivamente le situazioni narrate sono talmente surreali da sfiorare il demenziale e la trama non tende affatto a risolversi, quanto ad infittirsi sempre più per poi, a dispetto della classica struttura del giallo, rimanere pressoché oscura.

Nonostante ciò la lettura risulta tutt'altro che noiosa. Le peripezie di Liberovici, goffe esplorazioni di un mondo che pare a lui estraneo, incuriosiscono fino a sembrare vere e propie avventure: merito degli assidui colpi di scena, ma soprattutto dello stile frizzante della prosa di Mannella, abbondantemente condita di freddure, giochi di parole e acrobazie lessicali.
Unica manovra troppo azzardata, che potrebbe rischiare di annoiare (o ancor peggio spazientire) il lettore, l'eccessivo ricorso a un linguaggio marcatamente forbito, con tanto di latinismi e vocaboli in disuso, per accentuare la verve comica, pardòn, umoristica.
Perché di questo si tratta: umorismo nonsense.
Forse non è un libro per tutti, ma è fortemente indicato per chi sguazza nella parodia della parodia.

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