Magazine Lunedì 11 giugno 2007

Ravera: «I giornali liberi non esistono»

C’è un palese risentimento nelle parole di Lidia Ravera quando ricorda : «Ero appena una ragazzina al secondo anno di Università, certo non rimpiango nulla, ma non mi interessava quel tipo di successo. Adesso per i critici sono quella di Porci con le Ali». Un romanzo "libertario", come ci dice l’autrice, antirepressivo: un vero e proprio caso letterario (scritto con Marco Lombardo Radice), etichetta di una svolta sociologica e politica. Ma la frase più pungente è sintomo di una piccola – o grande - ferita che ha lasciato il segno: «Mi ha fatto male, adesso con i miei romanzi non vengo presentata allo Strega o al Campiello». La colpa è sempre la stessa: avere scritto quel romanzo di indubbio successo, un manifesto rivoluzionario che, come una maschera pirandelliana, la società ti attribuisce e da quel momento diviene nostra compagna di vita, per sempre.

Ma non è questa la ragione della nostra piacevole chiacchierata telefonica: raggiungo la Ravera a Stromboli dove passa sei mesi l’anno, conciliando gli impegni romani, le presentazioni di libri e gli incontri che fanno parte della fisiologia intellettuale di ogni scrittore e giornalista.
La scrittrice ha coraggiosamente – e con notevole altruismo - accettato di pubblicare un racconto dal titolo No grazie, per la giovane Casa Editrice romana : «Sono dei giovani ai quali ho voluto dare una mano. Chiedono a scrittori affermati di scrivere qualcosa. Io ho risposto, altri dicono di no». La Ravera non nasconde le sue perplessità. Giovani imprenditori che credono di poter riuscire nell’ormai saturo ed incerto mondo dell’editoria: «Non penso possa dare molto - dice - la gente non legge. Questa iniziativa mi stupisce».

Ma lei ha voluto provarci, si è concessa una storia semplice dei nostri giorni. Nell’era di Vallettopoli, una giovane si accinge a scalare i sogni di una carriera in televisione, fatta di ambizioni e di errori. Il tema non è una novità, ma questo spunto e l’enorme attaccamento della Ravera ai temi femminili impongono delle domande. Perché no, velate provocazioni. Da uomo immagino una stratirata simil-velina, poco più che ventenne seminuda, pronta a concedersi in cambio di una cortesia professionale. Chi dei due - chiedo - è più colpevole: l’uomo che accetta il corpo merce di scambio o la donna che lo concede? «Sono colpevoli entrambi – dice la Ravera -. Sono ragazze prive di valori forti e che non hanno fiducia nelle proprie qualità. Bisogna studiare per emergere. Per i vecchi maiali che se le scopano, li appenderei a testa in giù». Sarà un caso che l’appeso a testa in giù - nell’ultima Vallettopoli - sarebbe un collega di opinione di chi a testa in giù fu appeso alcuni anni or sono in piazzale Loreto a Milano, ma questa condanna sono certo sarebbe elargibile ad ogni "maiale", senza attenuanti politiche.
Discutiamo delle "raccomandazioni" e Lidia Ravera ha idee chiare: meritocrazia e solidarietà. «Vincano i migliori e quelli che non ce la fanno vengano aiutati. Adesso solo la corruzione paga. E quando la corruzione fa da padrona si ha la crisi della democarzia».

La nostra chiacchierata continua, sono consapevole di sottrarre del tempo prezioso alla stesura del nuovo romanzo breve, Le seduzioni dell’inverno, che la Ravera sta scrivendo per un’altra casa editrice di recente creazione, ma con la solidità delle famiglie Bompiani ed Einaudi a supporto: un romanzo per l’ . Trovo che nelle parole della scrittrice ci sia una notevole godibilità, i toni aggressivi e punitori dei "maiali" di Vallettopoli subiscono una metamorfosi e Lidia Ravera è felice di essere scrittrice, donna e di avere incontrato una donna – Ginevra Bompiani - con la quale «ho il piacere di parlare dei libri degli anni Settanta. In Nottetempo - svela - c’è passione, cultura, ma soprattutto l’essere controcorrente verso il mercato».
Nessun allarme, comunque, per la . Nonostante questi ultimi corteggiamenti editoriali, rimarrà il punto di riferimento di un importante romanzo di prossima pubblicazione che attraversa quarant’anni della nostra storia.

Mi rendo conto che solo in parte ho soddisfatto la fitta pagina di domande che avrei voluto formulare. Sinora la scrittrice. E se mai proponessi di dissertare un po’ sulla Ravera giornalista e militante di una sinistra in crisi, ma al Governo, cosa ne verrà fuori? Ci provo.
Mi faccia un nome degno sostituto di Prodi, Presidente del Consiglio, chiedo sicuro di metterla in difficoltà: «Io ho un nome impossibile – mi risponde, purtroppo senza alcuna difficoltà - Fabio Mussi».
A questo punto penso che le difficoltà maggiori non siano le mie o quelle della Ravera, bensì quelle del futuro Partito Democratico, che non potrà di certo contare sul consenso di Lidia Ravera, autorevole editorialista dell’Unità. Già, l’Unità: quotidiano fondato da Antoni Gramsci, quindi organo di partito.
Ma perché – mi illudo sempre di creare difficoltà alla mia affascinante interlocutrice - esistono oggi giornali che non siano palesemente schierati pur non figurando tra gli organi di partito? «I giornali liberi non esistono: sporca e finta libertà di stampa – il tono forte della Ravera ritorna ad essere degno dei "maiali" di cui sopra -. Anche il noto Corriere segue i poteri forti, il potere economico, ovviamente».
Oggi non me ne va bene una, penso tra me e me. Questa donna non conosce difficoltà. O forse sono io che non sono capace. Abituati al politichese ed alle false diplomazie di politici, giornalisti e vip inclusi, la schiettezza appare un tratto genetico quasi scomparso. Ed allora, dopo una buona mezz’ora di colloquio telefonico, desidero concludere, quasi fosse una favola, un gioco. Se lei avesse una bacchetta magica da utilizzare subito a sua scelta, cosa farebbe? «Dopo la vita, un’altra vita – mi dice la Ravera, forse percependo le mie ambizioni fiabesche -. Farei qualcosa per rendere la nostra vita ripetibile, magari io uomo e lei donna».
Non era proprio questo ricambio cromosomico l’ultimo intento della mia intervista, ma la rifarei con immenso piacere prevenendo ogni mutazione genetica.
di Leopoldo Ragusa

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