Magazine Mercoledì 6 giugno 2007

Enrichetta Buchli: cosa non è l'amore?

Venerdì 8 giugno 2007, alle ore 18.00, presso la libreria Portoanticolibri (piazza Millo, Genova), Il mito dell’amore fatale sarà presentato dall'autrice Enrichetta Buchli, insieme a Rossella Valdrè e Annamaria Panepucci.

Ho letto il libro di Enrichetta Buchli, Il mito dell’amore fatale, (Baldini Castoldi Dalai, 2006) e mi fa piacere parlarne, visto l’argomento così determinante nella vita di ognuno.
Parlare d’amore è sempre un esercizio rischioso, si può essere banali oppure estremamente ermetici ed incomprensibili. L’autrice de Il mito dell’amore fatale sceglie giustamente di affrontare non cosa è l’amore, ma di formulare ciò che non è.
Le varie conoscenze, esperienze culturali e professionali dell’autrice (in primo luogo psicoanalitiche, essendo diplomata all’Istituto Jung di Zurigo), ci aiuteranno a scendere nei meandri del mito dell’amore e della fatalità che sempre lo accompagna. Maria Zambrano sosteneva che, come nessuna azione umana può prescindere dal mito, così anche l’amore è supportato dal racconto mitologico in molti modi; ma Enrichetta Buchli va oltre e trova innumerevoli riferimenti letterari, cinematografici, filosofici e storici: una profonda disamina dell’amore fatale, l’amore assoluto, l’amore che determina un destino.

All’inizio si ricorda che fatum deriva da fari, dire, e sappiamo che il dire fa succedere. Lo sappiamo con il mito di Edipo: se le Sibille non avessero pre-detto quello che doveva accadere a Edipo, il tutto forse non sarebbe successo. Ogni cosa accadde nella ricerca di sfuggire al fato. Il grande potere dell’evocazione, del nominare, dell’indicare determina un destino inconsapevole. La stessa evocazione dell’amore lo rende fatale. Esso diventa mito e con ciò nasce il dramma, con l’assunzione dei ruoli che la stessa narrazione affida.
L’amore diventa una conquista impossibile, un amore malattia che ribalta l’originaria essenza di cura della scissione prodotta dagli dei.

Nel libro ci sono i racconti delle esperienze raccolte dall’autrice, nella sua pratica clinica, che vengono elaborate in vitro, ovvero analizzate alla luce delle sue conoscenze psicoanalitiche, filosofiche e, perché no, poetiche. Enrichetta Buchli è brava a smascherare l’amore romantico, l’amore dell’amore, un'estetica dell’amore che viene cantato e per questo frainteso. L’amore che è frutto di idealizzazioni, proiezioni e non riconosce il soggetto. In molte storie, a mio giudizio, c’è da riconoscere l’importanza dello script, del "copione famigliare", quella programmazione parentale ed anche culturale che fornisce il modo di ricercare le conferme d’esistenza utili a vivere.
È un peccato che non ci sia, alla fine del libro, una bibliografia degli autori citati. Tantissimi sono i riferimenti che incontriamo nel saggio e sono tutti molto interessanti: tali da poter parlare in modo pregnante, partendo da quello che l’amore non è, dell’amore possibile, dell’amore che viviamo.

L’amore è la strada dove molti hanno costruito l’infelicità della propria vita. Le aspettative che vi avevano riversato poi si sono rivelate fallimenti. All’origine vi sono molti fattori, c’è la visione del mondo, la cultura che ci plasma; ci sono le idealizzazioni, i sogni (non notturni)... e soprattutto il modo in cui si intende l’amore (e qui bisognerebbe ricordare il libro di Erich Fromm, L’arte di amare).
L’autrice si domanda implicitamente come mai l’amore conserva nel tempo la stessa suggestione e capacità di "fregatura"; sono le aspettative magiche, l’accettazione di un ruolo che per le donne è duro a morire, il rifiuto della realtà che nasconde l’incapacità di cambiare e ancora quella di conoscere, prima dell’altro, noi stessi.
Il libro ci veicola in numerose citazioni, riferimenti – come accennato prima - facendoci accorgere di quanti messaggi, consapevoli e non, subiamo le suggestioni su ciò che dovrebbe rappresentare la comunicazione primaria e necessaria a costruire la nostra essenza di persone.
Per Enrichetta Buchli l’antidoto all’Amore Fatale, è l’Amore Civile: un amore che riconosce l’altra soggettività e quindi dialoga, contratta. Un amore che ci libera, che ci aiuta a diventare ciò che realmente siamo. Perché all’altro questo dobbiamo: la nostra essenza e realtà, con cui poi potremo anche a riprendere a volare.
di Giorgio Boratto

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