Magazine Martedì 5 giugno 2007

Fumetti made in Zena

Magazine - Nascosto dietro la vetusta facciata di un palazzo del centro storico genovese, supervisore del traffico umano che bazzica rumoroso nella sottostante via Orefici, sta un manipolo di superdisegnatorillustratorisceneggiatori made in Zena.
Varco l’eremo scortata da : l’occasione propizia è rappresentata dall’uscita del nuovo lungometraggio in digitale della Disney, , in programmazione nelle nostre sale a partire da venerdì 8 giugno. Il prode giovine ha curato –per il mercato italiano- il relativo libro, inserito nella collana Disneyana (ed. Disney Libri).
La storia racconta di un piccolo genietto orfano, Lewis, che, grazie ad una macchina del tempo, riesce a viaggiare nel futuro, facendo la conoscenza della stramba famiglia Robinson, per trovarsi poi coinvolto in una strana avventura.

Sergio mi fa accomodare nella cameretta che gli fa da studio e mi mostra il faldone pervenutogli direttamente dagli States, contenente la sceneggiatura del film in inglese, ed il fascicolone di fogli A3 con le bozze delle illustrazioni.
«Il mio lavoro è stato perlopiù di adattamento. Non si tratta di una traduzione letterale» mi spiega. «Il target italiano cui il prodotto viene rivolto è più basso di quello americano. E la versione nostrana è più breve, rispetto a quella originale, di circa dieci pagine. L’impegno più grosso è consistito nel mantenere coerente la narrazione, senza pregiudicare il senso della storia».
Sfogliando insieme il colorato volumetto, già in distribuzione, mi fa notare quanto sia necessario, in un’operazione del genere, possedere una buona capacità di sintesi: «Occorre condensare i fatti in brevi periodi, al più un paio per pagina, ogni due pagine. Il fatto di scrivere sceneggiature mi ha sicuramente avvantaggiato».
Badino si dichiara curioso di vedere la pellicola al cinema: caratterizzato da una bella grafica retrò, rappresenta –dopo - il secondo progetto dell’era post-Pixar. Il confronto sarà nuovamente duro.

Rivolgo la mia attenzione al “coinquilino” di Sergio, il disegnatore : appollaiato davanti al suo tavolo da disegno, il gioviale quasi trentatreenne mi racconta come è arrivato alla corte di Topolino.
«Sono un autodidatta. In classe, ero “quello che disegna”. Ho frequentato il liceo scientifico, zero tecnica. Dopo aver rotto a lungo le scatole a Mantero, dal quale ho appreso alcune nozioni fondamentali, riguardanti –in particolare- l’anatomia, ho notato di avere una certa propensione per il disegno umoristico. Così, ho partecipato, nel ’96, ad un corso organizzato dalla Regione, tenuto dal grande vecchio G.B.Carpi».
Dopo una collaborazione con e con Andrea Freccero («Ha contribuito al mio perfezionamento, introducendomi al semiprofessionismo»), dal 2000 è in Disney: «Dopo qualche storia autoconclusiva, nel 2001 ha visto la luce il mio primo lavoro ufficiale, Qui, Quo, Qua e l’oro metropolitano. Rivedendola ora, darei fuoco alle tavole».

Su una parete, campeggiano alcuni studi sui personaggi del fortunato Monster Allergy: «Ho collaborato sia al fumetto che al design del merchandising della serie animata. Ho messo mano anche alle illustrazioni per i libri di Geronimo Stilton. E, per conto dell’AISM e di alcune associazioni di portatori di handicap, ho illustrato alcuni opuscoli informativi».
In questa professione, mi confida, è necessario immagazzinare, accumulare, tenersi aggiornati: «Una continua acquisizione di informazioni permette un miglioramento costante. Questo influisce anche su bravura e velocità. È una delle caratteristiche che distingue il semplice disegnatore dal vero professionista. Il che influisce anche sul rapporto con le case editrici: i tempi di consegna rapidi, una buona qualità del prodotto finito e le capacità personali permettono di conquistare in breve tempo la fiducia dei capi».
Appassionato di manga e animazione giapponese, Francesco confessa di ammirare anche i supereroi Marvel: «Il mio sogno sarebbe quello di disegnare una storia per : solo che io lo farei basso e peloso. Mi scoccia quando lo vedo raffigurato alto e figo!».
Suo pseudo-discepolo, impegnato nell’inchiostratura di alcune tavole, il giovane Federico Franzò: 23 anni, promettente sceneggiatore, è passato all’altro lato della forza, propendendo per il disegno. «Ho frequentato il liceo artistico, poi ho iniziato a collaborare con , e sono stato tenuto a battesimo da Badino e Bruzzo». Insomma, un bravo ragazzo di bottega, pronto a carpire i più sottili segreti dell’arte fumettistica.

Nell’appartamento di fianco, trovo : il trentaduenne genovese e genoano, ottimo ballerino di mazurca, è davanti al PC, impegnato nella realizzazione di una campagna di sensibilizzazione, commissionata dal SERT e dalle ASL, contro l’uso di droghe e alcool.
Parlando dei suoi inizi, caratterizzati dagli anni al Klee e all’Accademia di Belle Arti, mi racconta di aver sempre disegnato: «Giocoforza, quella che era solo una passione è diventata una professione». Dopo aver collaborato per diversi anni con la rivista Andersen ed essersi dedicato a tanti lavori di grafica, la prima grande commissione è stata quella per la campagna pubblicitaria della Céres. Nel 2006, infine, ha vinto il Premio ’U giancu per il disegno umoristico.
Nel grande stanzone che gli fa da studio, oltre ad un modellino di corpo umano in plastica, di quelli che si trovavano nelle vecchie aule di scuola, per intenderci, scovo diversi indizi che mi fanno intuire una passione per Andrea Pazienza: «Come no! E poi tutto il gruppo dello storico Frigidaire, de Il Male, l’underground americano e Jacovitti».

Un paio di stanze più in là, stringo la mano a Giovanni Bruzzo: sulla piazza da quasi trent’anni, collaboratore di Frigidaire, storico disegnatore della Bonelli, dopo la recente esperienza di , si occupa ora a tempo pieno del mitico . Divide la cuccia con , Vitale Mangiatordi e Andrea Freccero, oggi assenti. «Ingiustificati!», mi precisa sorridendo.
«Tex è molto più divertente di Brad: ci sono i cavalli, gli indiani, le grandi suggestioni dell’infanzia. Penso che, oggi, i ragazzini non abbiano il materiale adeguato con cui nutrire i propri sogni. Mancano prodotti permeati di romanticismo ed avventura. Ho la netta impressione che, attualmente, gli vengano offerti solo prodotti edonistici, politically correct. Penso che se un bambino non gioca alla guerra, da grande la farà sul serio, la guerra».
Da piccolo, sfogliava pubblicazioni ormai estinte nel mercato editoriale italiano: «Ho avuto l’occasione di insegnare in un liceo artistico, io che non ho mai voluto studiare disegno. Uno dei consigli che mi sentivo di dare ai ragazzi era quello di lasciar perdere le edicole, di non guardare cosa veniva pubblicato e di disegnare per il puro piacere di farlo. Il fumetto che viene richiesto dal pubblico all’editore è destinato a morire. Ed è un po’ quello che sta accadendo da qualche anno in Italia, purtroppo».
Esco in strada stracarica di nozioni e chiacchiere in libertà, sinceramente colpita dal bell’ambiente dell’accessibile torre d’avorio dell’eroico manipolo.

di Stefania Pilu

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