Magazine Venerdì 25 maggio 2007

Lettino virtuale: lo psicologo risponde

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L'amore non detto

Da circa due anni frequento una persona di svariati anni più grande di me: lui, ultraquarantenne, usciva da un lungo rapporto d'amore con una donna molto amata, e aveva un passato pieno di relazioni sentimentali finite. Io, invece, solo un paio di rapporti importanti e un candore che ci ha fatti avvicinare l'una all'altro in modo profondo e appassionato.
Poi forse le sue paure o il recente dolore per la fine della sua più importante storia hanno impedito al suo sentimento di predere consistenza e si è allontanato dicendo di non amarmi, pur volendomi bene, pur provando per me emozione e forte attrazione, ma l'affetto non è amore. Poi abbiamo ripreso a vederci e nuovamente la passione e la tenerezza ci hanno uniti. Non gli ho chiesto nulla, l'ho accolto nuovamente nella mia vita: lo amo e credevo di averlo perduto per sempre. Spesso, però, mi tormento quasi senza accorgemene e mi chiedo perché è ritornato, perchè sta con me: quasi non trovo un motivo valido alla sua attrazione nei miei confronti.
So che non dovrei, ma questi pensieri a volte diventano ossessivi. Lui a parole non mi ha mai detto di amarmi, anzi l'ha negato, andandosene. Eppure so di avere delle qualità e che dovrei trovare in me stessa un po' più di fiducia.
Con lui non riesco a esternare questi pensieri perchè sento, in tanti momenti, che tra noi l'amore c'è e non ho il coraggio di chiedergli conferme verbali. Non so se puoi esprimere qualche riflessione in merito.
Grazie


Questa lettera mi ha colpito per l’intensità che trasmette e per la richiesta di aiuto che contiene: la confusione, l’essere in balia degli altri e il bisogno di avere un aiuto per rivalutare il proprio ruolo all’interno della relazione.

Cominciamo dalla confusione. Da un punto di vista psicologico, dentro di noi convivono diversi stati dell’essere di cui non sempre siamo consapevoli e che non sempre riusciamo ad armonizzare. La nostra storia passata e le relazioni con le nostre figure genitoriali rimangono molto radicate dentro di noi. Talvolta questo radicamento è così forte che non riusciamo a renderci conto che quello era il nostro rapporto da “bambini” verso i genitori. Ma noi ora non siamo più così bambini.
Di genitori ne abbiamo solo due e quello che poteva valere per loro valeva solo per loro. Non necessariamente deve valere per i nostri rapporti con le altre figure significative della nostra "vita da grandi". Ma tant’è le abitudini, spesso, sono molto tenaci. Questo per dire che noi spesso facciamo confusione tra il nostro passato, con le sue regole e la sua storia, e il nostro presente. E ci viene spontaneo credere che questo debba valere per il nostro futuro. Cosa che in parte è vera e, per un’altra parte, assolutamente no!

Questo ci porta alla seconda confusione: la parte per il tutto. Noi spesso confondiamo la sensazione (del momento) con la definizione della sensazione (che è senza tempo): se una persona, adesso, mi usa una gentilezza la percepiamo come gentile e la definiamo, appunto, gentile, ma in realtà noi abbiamo conosciuto soltanto “una” gentilezza: un po' poco per essere sicuri che questa persona sia davvero, la maggior parte delle volte, gentile.
Eppure. Ecco, alcuni di noi fanno fatica a tenere questo tipo di atteggiamento che, perdonatemi i termini un po asettici, tiene conto delle qualità ma anche delle quantità di quelle qualità. E, credete, non è una distinzione da poco. Così come non è poco riuscire a non credere a ciò che gli altri ci dicono e che poi non fanno e a riuscire a respingere le accuse di chi ci incolpa solo per scaricare su di noi il peso delle sue mancate responsabilità.

Sì, non è facile, ma si può fare. Solo che, come prima cosa, bisogna fermarsi, smettere di essere trascinati dalle nostre abitudini non più valide e dai nostri pensieri ed emozioni ormai troppo confuse. Fermarsi e riflettere, prendere un po' di tempo per chiederci se è proprio vero che le cose debbano andare sempre così e se è proprio vero che noi siamo come crediamo di essere. Può darsi che sia una riflessione da fare da soli o con l’aiuto di uno psicoterapeuta. Ma è una riflessione che deve essere fatta. Fino a quando la risposta diventa un sorriso.
Un saluto,

M V
di Marco Ventura

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