Magazine Giovedì 24 maggio 2007

Anita: un'attrice in giornata no

Magazine - Una sera di ottobre decido di andare a trovare la mia amica Anita.
Siccome è una visita totalmente improvvisa quando apre la porta mi si para bardata come un extraterrestre. Ha i capelli avvolti nella carta stagnola, qualche rigolo rosso che le incornicia il viso, misto a un bel po’ di crema bianca. Indossa un maglione enorme con la zip davanti, e le maniche talmente fuori misura che sembra avere braccia lunghissime e ciondolanti. I pantaloni strisciano per tutto il pavimento mentre mi fa cenno di seguirla dentro, e si tirano dietro polvere e bambagia con la stessa straordinaria funzionalità di un panno swiffer. I suoi sono via per qualche giorno, e le pentole sporche, gli avanzi di cibo, i cartoni della pizza, i vestiti, i libri e una pila di dvd davanti alla tv sono il risultato della loro assenza.

Il puzzo che invade la casa credo sia hennè, (ma potrebbe essere anche qualcosa che si sta decomponendo insieme alla padrona di casa). Il gatto Romeo è l’unica presenza animata, vitale. Mi accorgo che io e lui abbiamo lo stesso sguardo di rimprovero e di disorientamento.
Anita mi piazza un bicchiere di vino in mano e come se niente fosse si accuccia per terra e rincomincia a guardare la tv. Assorta.

Allora amica mia cosa ti sei piantata in testa?
Ah. Si tocca la testa. No niente è solo l’hennè.
E da quando ti sei data alle tinte naturali?
Da quando quell’imbecille del mio parrucchiere mi ha fatto una permanente talmente forte che mi chiedo ancora come posso non essere diventata calva. Permanente? Anita non ha bisogno di una permanente visto che è riccia, di suo. Hm sì. Mi ha proprio rovinato i capelli quell’imbecille di una checca. Ora mi tocca porre rimedio. Ho pensato che l’hennè poteva essere un primo tentativo. Il secondo? Lascio perdere tanto non mi sta ascoltando e bevo un sorso del vino che mi sono ritrovata fra le mani.

Mmm, ti sei data ai vini di marca.
Naturalmente è una battuta visto che questo vino fa schifo. Mmm, colore intenso gusto rancido, penso facendo il verso alle pubblicità.
Non mi sta ascoltando.
Allora afferro il telecomando, spengo la tv, con un movimento talmente felino che anche Romeo si spaventa e mi soffia contro. Grido:
Prontoooo?! Sono qui, eh! Allora? Che cazzo ti succede?
Lei mi guarda come se si fosse accorta ora di avere un ospite e mi fa: secondo te sono brutta?
Sgrano gli occhi o almeno così mi sembra e apro il frigo in cerca del vino. Delle volte per sostenere certe situazioni anche un bicchiere di vino rancido può essere meglio di niente.
Allora secondo te sono brutta?

Da quando la conosco (cioè da sempre) Anita fa l’attrice. Dalle letture dei passi sacri in chiesa (al catechismo si era offerta alzando il suo ditino in faccia alla suora), alle imitazioni dei prof e degli sfigati della scuola, alle recite dove ha percorso a piccoli passi la trasformazione di Cappuccetto Rosso che vuole il lupo morto, per liberare la sua amata nonnina, in Antigone che vuole solo dare sepoltura al suo amato fratello Polinice. Poi l’Accademia di teatro. Fino a sentirsi un’attrice di prosa. Inizialmente. Per i primi tempi. Poi un’attrice e basta. Teatro di prosa, teatro ragazzi, feste di compleanno, animazioni, eventi aziendali, babbo natali ai supermercati, pubblicità, fotoromanzi, insomma l’intero mondo dello spettacolo è entrato a far parte della sua vita. Compreso un attore. Un attore navigato. Un attore di quasi vent’anni più vecchio di lei.

Quando ho conosciuto Alo, che sta per Alopecia, naturalmente non è il suo vero nome (ma chi se ne frega del nome, quando uno è stronzo) mi è stato subito sulle palle. Benestante, mezza età, attore professionista navigato che si fa la ragazzina giovane e senza esperienza e nel mentre ha occhi per tutte, pieno com’è di se stesso. Eravamo alla cena del mio compleanno. Io e le mie amiche. Su Alo avevo solo qualche dettaglio spettegolato al telefono con Anita in versione "sono troppo innamorata", quando eccolo che appare, e, proprio davanti agli occhi imbalsamati di Anita, mi tira uno sguardo/radiografia da vecchio bavoso. È stato subito odio. Odio a prima vista. Gli ho dedicato la mia occhiata peggiore "povero coglione" (sottotesto) e nei giorni successivi gli ho scatenato contro l’antipatia di qualunque persona sana di mente che tenesse un minimo ad Anita, prodigandomi in un’infinità di telefonate salva amica. Così mi sono prodigata anche per trovargli un soprannome, e siccome ha un’incipiente calvizie Alopecia mi è sembrato meravigliosamente perfetto.

Quando il mostro bavoso ha avuto una faccia e un soprannome sono iniziati i guai: Ciao ho detto a mia mamma che sono da te invece sono da Alo. Bacio Anita. Nel suo essere attrice Anita riusciva ad interpretare perfettamente il ruolo dell’amica, ridendo con noi del soprannome del suo fidanzato. Ma non riusciva a fare a meno di lui. Nemmeno quando mi telefonava in piena notte, o peggio ancora all’alba (cosa per me, che la mattina me la dormo, davvero tragica), in preda alle lacrime e ai singhiozzi inframmezzate dal nome Alo. Sì, perché a un certo punto, un punto durato circa tre anni, Anita viene da me un giorno e mentre ci facciamo un bel caffè corretto vodka alle quattro del pomeriggio, mi dice: cazzo il mio fida è ricoverato allo psichiatrico. Era come drogato di pastiglie antidepressive! Ho avuto a che fare con uno che alternava crisi di astinenza ad assuefazione da pastiglie.

Naturalmente abbiamo brindato col caffè corretto. Certo non c’è niente da festeggiare, ho pensato io, ma era come se lei finalmente si sentisse sollevata di un peso, come se tradimenti, insulti, qualche scappellotto, improvvisamente appartenessero al passato. In un certo senso così è stato. Ora Anita ed Alo stanno ancora insieme. Lui si è disintossicato e ha scelto di tenersi stretta l’unica folle che ha interpretato perfettamente il ruolo di crocerossina. Solo che Anita non ha fatto i conti con la sua carriera e in questi tre anni passati a fare l’infermiera nel film della sua vita con Alo e le sue pastiglie, ha perso i contratti migliori. E come tutti gli attori in bolletta si è data come si dice in gergo "a far marchette", cioè a spendersi in ogni attività che ruotasse intorno al mondo dello spettacolo con la s minuscola.
Mi sta fissando con tutto il peso della sua domanda negli occhi.
Secondo te sono brutta?

Sta indicando una tipa riccia che fa la pubblicità a un deodorante per cessi, una niente di che, una che può fare solo la pubblicità di un deodorante per i cessi.
Alo, che la conosce, pensa che lei sia decisamente più brava di me, ma io ho capito subito che intendeva dire che lei è più carina di me.
Stavo per disquisire sui gusti di Alo, ma la faccia sconsolata di Anita si sarebbe fatta ancora più scura.
È più carina di me vero?
Bè, così combinata anche un bidet sarebbe più fotogenico. Magari aveva la faccia rassicurante adatta a vendere un deodorante per cessi.
E io che faccia avrei? Ho una faccia che non va bene per niente. Per niente, nemmeno per fare la cameriera.
Cameriera?
Sono andata al Gattopardo per chiedere se avevano bisogno di personale, sai per tirare su qualche soldo extra.
Eh.

Il tizio con cui dovevo parlare, cicciotto, capello liscio unto, mi guarda malissimo, e con un’aria schifata mi fa: scusa ma quanti anni hai?
E io, venticinque.
Uhm, il nostro target è un po’ più alto, vengono persone dai trenta in sù. Dovevo servire ai tavoli, mica ballare, capisci?, è la mia faccia che non va, ne sono sicura.
Anita…

No, Anita un bel niente. L’altro giorno poi ero al collocamento dello spettacolo, perché il mio ex datore di lavoro mi ha rubato il tagliandino col numero del collocamento, quindi dovevo rifarlo e chi mi vedo davanti? Due signore sulla cinquantina, immerse in una pozza di profumo nauseabondo. Hai presente quelle tipe in menopausa col salsicciotto al posto del giro vita, e la gambetta sottile? Bè, loro parlando in un italiano terronico si sono presentate come attrici, e nessuno allo sportello ha fatto una piega. Poi ci vado io e eccoli che mi squadrano dall’alto in basso e se dico attrice vedo, perché lo riconosco sai, un sorrisetto sornione piantato in faccia.
Così a teatro. Avevo una lettura a tavolino, per uno spettacolo in milanese, e e?
Ero l’unica attrice. Ma era come se lo sapessi solo io. Ero circondata da bionde lampadate di una certa età, che si atteggiavano da dive dell’avanspettacolo anni trenta, stile Liza Minelli. Loro attaccano a leggere, io a recitare e di nuovo sento quel sospiro.
Sospiro?
Lo stupore, il sorrisetto sornione, tipo "non l’avrei mai detto, con quella faccia". Poi si impuntano tutti contro di me sulla pronuncia della parola "cioca", io so di avere ragione e quando anche il vocabolario mi dà ragione, lo sento di nuovo il sospiro. Quel maledetto sospiro.

Decido di andarmene solo quando il regista mi recita la solita manfrina sui giovani attori che hanno appena cominciato, che se fanno qualche piccola particina devono ringraziare e non essere pagati. Pensi che se avessi avuto una faccia diversa, che ne so tipo la Stefanenko il discorsetto per non pagarmi lo avrebbe evitato? Tutto per la mia faccia.
Anita non è questione di avere una bella faccia, è questione di stronzi.
Forse. Fa lei.
Tutti gli attori passano dei periodi così, vagano come fantasmi da un provino all’altro e sembrano elemosinare un lavoro.
Oh, ora sì che mi sento meglio.
Dai, non te la prendere, dicevo così per dire, a me piace la tua faccia.
Davvero?
Guardati, adesso saresti perfetta per interpretare Alien.

Mi tira un cuscino addosso e rovescio il vino per terra, ma almeno ora sorride. Sai, l’altro giorno avevo un casting. La notte prima ho fatto un sogno. Ho sognato che ero a un provino per una pubblicità.
Di un deodorante per cessi.
Stupida.
Tutti erano molto gentili, stranamente, e io mi sentivo proprio a mio agio. Era un casting senza modelle di minchia, solo persone normali. Tra queste però una attrae la mia attenzione: in tiro di brutto, tacchi dodici a spillo, scollatura vertiginosa, pantalone bianco, bocca rossa, occhi viola, pettinatura leonina. Tanta. Grossa. Non grassa.
Doveva simulare un’intervista su un prodotto per la casa, ci passavano le battute da dire con naturalezza. Prova la primissima frase e se la gioca a tutta velocità monotono.
Più rilassata, prova a interpretarla, le suggeriscono. Questo mezzo travestito si mette in una posa erotica passandosi le mani sulla bocca lucida ripete la battuta.
Lì mi sono svegliata e ho capito che al casting sarei stata bravissima. Aspetto una risposta per oggi. Ci guardiamo un film intanto che aspetto? Guardiamo Via col Vento?
Va bene, ho detto io, basta che prima ti togli quell’affare dalla testa. Ho preso un altro bicchiere di vino, mi sono sdraiata per terra e ho sorriso immaginando Anita con la sua faccina buffa mentre dice: domani è un altro giorno.

di Simona Sciancalepore

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