Magazine Mercoledì 14 marzo 2001

Dall'Orlando di Virginia Woolf

Magazine - In Orlando (Mondadori, Milano, 1982) Virginia Woolf scrive:

...Orlando respirò sollevata, accese una sigaretta, e per un paio di minuti mandò buffate in silenzio. Poi, esitante, come se la persona che nominava potesse trovarsi assente, chiamò: "Orlando?". Perché se ci sono, mettiamo, settantasei ritmi diversi che battono all’unisono nello spirito umano, quante diverse persone – Dio ci aiuti – non albergano in un momento o nell’altro nello spirito umano? Duemila e cinquantadue, dicono alcuni. Una volta che è così, è la cosa più naturale del mondo che una persona, non appena si trova sola, chiami "Orlando?" (se si chiama così) e, con ciò intende "Andiamo, su! Sono arcistufa del mio io presente. Ne voglio un altro". Donde gli stupefacenti cambiamenti che osserviamo nei nostri amici.

Ma non sempre va liscia; può darsi che una come Orlando (che si trovava in aperta campagna e senza dubbio aveva necessità di un altro io) dica "Orlando?", ma che l’Orlando invocata non si presenti affatto; quegli io di cui noi siamo composti e che sono sovrapposti gli uni agli altri come una pila di piatti in mano a un cameriere, hanno i loro legami altrove, le loro simpatie, le loro piccole leggi e i loro diritti, chiamateli come volete (e spesso si tratta di cose che non hanno nome), cosicché l’uno verrà soltanto se piove, l’altro se non ci sarà Jones, un altro se gli promettete di fargli trovare un bicchiere di vino e così via; ognuno potrà moltiplicare secondo la propria esperienza i diversi compromessi che i suoi differenti io hanno fatto con lui; e alcuni, d’altronde, sono troppo esageratamente ridicoli per poter far loro l’onore di eternarli in carta stampata.

Alla curva della strada presso la capanna, Orlando aveva dunque chiamato "Orlando?" con un tono interrogativo nella voce, e attese. Orlando non venne.
"Va bene, allora" disse, col buon umore che la gente dimostra in questi momenti; e si rivolse a un altro io. Ne aveva una grande varietà cui rivolgersi, assai più di quanti non abbiamo avuto spazio per ricordarcene fra queste pagine; del resto, una biografia è considerata completa quando si limita a rendere conto di sei o sette io, mentre una persona può averne a migliaia. Limitandosi a scegliere fra quegli io che qui hanno trovato posto, Orlando avrebbe potuto chiamare il giovinetto che prendeva a piattonate la testa del Moro; o quello che la riappendeva al soffitto; o il giovinetto seduto sulla collina; o quello che aveva veduto il poeta; o quello che aveva offerto la coppa d’acqua di rose alla Regina; avrebbe potuto invocare il giovane che s’era innamorato di Sasa; o il Cortigiano; o l’Ambasciatore; o il Guerriero; o il Viaggiatore; o avrebbe potuto invitare la donna; la Zingara; la Gran Dama; la fanciulla innamorata della vita; la Patrona delle Belle Lettere; la donna che chiamava Mar (e intendeva bagni caldi e fuochi vespertini) o Shelmerdine (che voleva dire fiori di croco nei boschi autunnali) o Bonthrop (significando nostra Suora Morte Quotidiana) o tutti e tre in uno – e significherebbe più cose di quanto non abbiamo spazio per scrivere – tutti io, insomma, diversi e che Orlando avrebbe potuto ugualmente chiamare.

Forse. Ma quello che appare certo (ci troviamo ora nella regione dei "forse" e degli "appare") è che quell’io di cui più aveva bisogno rimaneva lontano, poiché, a sentirla parlare, mutava d’io con la rapidità stessa della sua corsa – ce n’era uno nuovo a ogni curva – come accade talora per ragioni inesplicabili, quando l’io cosciente che si trova al sommo, e ha il potere di desiderare, non desidera essere che un io solo. E’ quello che certuni chiamano "il vero io", ed è, dicono, la somma di tutti gli io che abbiamo in noi; comandati e ben guardati dal nostro Comandante Io, dall’Io-Chiave, il quale li amalgama e li sorveglia tutti. Doveva essere quello l’io che Orlando voleva...

Nicla Vassallo

Per sapere qualcosa su Nicla Vassallo Leggi l'articolo

Orlando, Virginia Woolf
Newton & Compton, pp. 191 ca, Euro 4,00 Prezzo di copertina




di Annamaria Tagliafico

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