Concerti Magazine Lunedì 21 maggio 2007

Marco Stella a mentelocale cafè

Magazine - C'è stato un tempo tra gli anni di piombo e la fine del millennio, un'epoca sospesa appena prima del crollo del muro di Berlino e degli altri eventi che ci hanno condotti ad essere quello che oggi siamo, un epoca, dicevo, in cui tutto era il presente e risultava anche inadeguato pensare ad una promessa di felicità. Un tempo in cui si spazzavano le ultime ceneri delle parole urlate nel Novecento (popolo, pace, libertà, democrazia, gioventù) e si tratteneva il fiato a scoltando l'unico rumore di fondo, quello della pubblicità.
Beh, in quell'epoca io mi affrettavo a cercare in un libro quello che mi avrebbe aspettato di lì a poco nell'anno di naja che mi si apriva davanti, il libro – lo dico per chi fosse curioso - era Pao Pao di Pier Vittorio Tondelli, dove si parlava di un servizio militare fatto ad Orvieto e poi a Roma, alquanto sgangherato e collocato, se la memoria non mi inganna, nell'anno 1980 (che, trovandomi io nell'86, mi sembrava lontano una vita).

Io, uomo di mondo, partivo in treno per Cuneo, caserma Vian, centro addestramento reclute della brigata alpina Taurinense. La cosa non fu del tutto inutile, perché lì conobbi Marco Stella. Insieme venimmo trasferiti nella caserma di Saluzzo che ci dicevano essere operativa, ma dalla quale si poteva guardare il Monviso la mattina.

Marco, come altri, credo attribuisca alcune colpe a quegli anni, colpe per tutto quello che siamo o non siamo stati. Io me li sono un po' dimenticati, per la verità, o forse non li ho mai afferrati del tutto. Ricordo che quando ci definivano la generazione del ripiegamento avrei gradito anche mi dicessero su che cosa ci dovevamo ripiegare. Nel dubbio non mi sono ripiegato, piuttosto ho proceduto incerto sostenuto da un morboso gusto per il vedere come va a finire che ha radici molto antiche, io credo, e popolari. Anche Marco mi sembra condivida questa passione per il taglio e per il montaggio della realtà, tanto da non trovare mai troppo deludente qualcosa o qualcuno, né troppo tardivo un gesto, né inutile una parola.

Viviamo dentro un mondo frammentato Marco e io (da quando ci conosciamo, cioè da vent'anni ormai) che a volte non riusciamo a interpretare come esperienza concreta, ma come l'immagine che riflette. Un mondo di messaggi pubblicitari, che se perdono efficacia vengono abbandonati, finiscono per rimanere parole fuori moda che trasmettono una leggera malinconia. Quelle parole rottamate le ho ritrovate in un breve testo che Marco scriveva qualche anno fa, accompagnando l'uscita pubblica di una sua canzone. Sono vecchissimi slogan televisivi (geghegè, vitamine, maghi Zurlì) che da bambini dovevano contribuire a conferirci un'identità, qualora non fossimo riusciti a confezionarcene una da noi. E Marco, in quel testo, accetta l'identità della televisione, si definisce plasmoniano, come la pubblicità ci suggeriva di essere negli anni settanta.
Ora, educati a decifrare la realtà ai fini di un concreto orientamento dei consumi, però, come possimo ascoltare le canzoni di Marco, che lui stesso definisce scritte "senza secondi fini"? A fini autonomi, direi, cioè nostri, privati e individuali. Ognuno ci metta dentro qualcosa – nelle canzoni, intendo - che di spazio ce n'è. Se le tenga come cose proprie, non proprio d'uso quotidiano, magari, se ha paura di consumarle, ma sempre a portata di mano. Canticchiamole, usiamole a scopi del tutto personali, stendiamole come un tappeto musicale sul quale praticare le faccende della vita (come la ricerca dell'amore, per esempio, o della felicità).

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