Magazine Giovedì 17 maggio 2007

Con il cuore leggermente indolenzito

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È notte, la stanza è fredda, lei si infila il suo cappotto nero, sopra la camicia con cui stava dormendo. Non cerca le scarpe, apre silenziosamente la porta di casa e la chiude dietro di sé. Una donna se ne va. Scompare. Ma a questo punto non viviamo le sue avventure, non siamo con lei nella scura e inospitale notte di dicembre. No. Cosa accade invece a chi resta? Come vengono sconvolte le vite dei figli, del marito, dei parenti di una donna che svanisce nel nulla? (Aliberti editore, 217 pag., 15 Euro) capovolge interamente il punto di vista della fuga, mettendo come soggetto chi la fuga la subisce, chi ne diventa vittima.

La figlia Chiara, io narrante. La preferita secondo i fratelli o forse soltanto la più emotivamente vicina alle turbe di una madre, Lidia, che non si è mai riconosciuta in pieno in quel ruolo che la società e forse ancora di più il marito e gli suoceri volevano cucirle addosso.
O Margot, la maggiore, talmente simile alla madre da fare scelte opposte ed in netto contrasto con lei, prigioniera a sua volta di un ruolo, quello della bella e sicura moglie di un politico fedifrago.
O Bruno, il più piccolo e confuso dei tre. Diviso da sentimenti contrastanti nei confronti di un padre che ama ma dal quale non riesce a farsi accettare.

Attorno a loro tuttavia si crea una folta schiera di persone, comparse o semi protagonisti che vengono a svolgere un ruolo fondamentale nella fitta trama che porta questa famiglia disgregata a doversi riunire e forse, chissà, anche ritrovare. Sullo sfondo una Genova malinconica, piovosa. Una città che si adatta allo stato d’animo delle persone e non viceversa e che quindi non potrebbe che apparire in questo modo.
Si ride su queste pagine, con le situazioni grottesche e surreali che si vengono a creare. Ma si piange anche, come con la lettera che una Chiara triste e sola scrive alla madre lontana, che si trova chissà dove. Una lettera in cui un doloroso ricordo diventa una dichiarazione di amore di una figlia nei confronti della propria madre, bella e fiera anche nella sofferenza.

Vengono affrontati argomenti delicati e difficili quali quello della pazzia, della depressione, del rimpianto per gli errori del passato o ancora del sentirsi un fallimento agli occhi delle persone che si amano. Ma anche quelli dell’amore, della solidarietà, della ricerca della felicità.
Un libro che, una volta aperto, non si riesce a smettere di leggere, che avvince. Un linguaggio diretto, dialoghi che pare di ascoltare talmente sono reali. E un titolo, semplicemente meraviglioso, preso a prestito dai “diari” di Sylvia Plath: non sono solamente le braccia, le gambe o un muscolo qualsiasi, dopo un forte trauma ed il conseguente dolore, a rimanere indolenzite, ma anche il cuore.
E ha bisogno di tempo, di pazienza, perché possa tornare ad essere quello di prima. E parafrasando un’altra frase della Plath, citata dall’autrice, “si può forse non arrivare mai a sentirsi felici. Ma una sera si può essere contenti”. Un sera, per esempio, passata con un libro come questo tra le mani.
di Giammauro Gargiulo

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