Magazine Lunedì 23 aprile 2007

Tonino: un Dorian Gray moderno

Magazine - A metterla sullo psicologico avremmo potuto dire che Tonino soffriva della sindrome di Peter Pan, il bambino che non voleva crescere mai.
Già, Peter Pan. Tonino era bello, forte, coi capelli neri e folti, ondulati e mossi quel tanto che bastava. Gli occhi erano anch’essi neri, luccicanti ed espressivi, intelligenti e vivaci. E certamente Tonino, appena venticinquenne, non passava inosservato agli occhi delle ragazze del suo paesino e dei piccoli centri abitati limitrofi. Anche perché intelligenza e humor non gli mancavano.
Una cosa però crucciava il suo animo impedendogli di godere delle molte cose che madre natura gli aveva messo a disposizione: l’idea di invecchiare e di dovere prima o poi morire. Soprattutto Tonino non sopportava la prospettiva di vedere il suo corpo inflaccidirsi, rimpicciolirsi e, con l’età, dover far fronte alle mille magagne e doloretti che accompagnano ogni essere umano che diventa anziano. Ancor peggio, l’idea di essere malato lo inorridiva e disgustava.

Tonino, come si è accennato, viveva, con la madre, il padre ed una sorella più giovane, in un paesino di campagna circondato da ampi e freschi boschetti dove lui quotidianamente andava a correre e fare ginnastica per mantenersi bene in forma. Soprattuttto gli piaceva il piccolo bosco a nord del paesino: bello, pulito, con un romantico laghetto posto nella parte più remota e nascosta dalla vegetazione, pareva proprio un luogo fatato.
Quello che Tonino non sapeva era che effettivamente quel bosco era fatato essendo abitato da una fata che mai si era mostrata ad essere umano. A dire il vero, alcune storie raccontate accanto al fuoco dei camini durante le lunghe sere invernali parlavano di una strega che ammaliava gli uomini i quali, dopo averla vista, non facevano più ritorno a casa, ma Tonino, giovane pratico ed intelligente, non credeva di certo a quelle favole fatte solo per spaventare i rozzi e poco intelligenti villici suoi compaesani.
Invece la fata o strega che dir si voglia, spesso, dal suo nascondiglio vicino al laghetto, aveva osservato quel bel giovane che in quelle acque veniva a rinfrescarsi le membra sudate dopo una poderosa camminata ed era stata presa da amore per lui, cosa del resto molto facile, desiderandolo con tutte le proprie forze.

Così un pomeriggio di primavera, mentre Tonino si riposava all’ombra di un bell’abete dopo l’ennesima camminata, la fata si mostrò a lui.
Dovete sapere che le fate conoscono tutti i nostri desideri più intimi e sanno come prendere gli umani. Così anche quella fata ben conosceva il punto debole del giovane e gli disse:
- O Tonino, non aver paura. Sono la fata della selva scura che del tempo non si cura. Da molto ti spio e mi sono innamorata di te. Se verrai con me, non invecchierai mai e sarò per sempre tua in un amore senza confini. Ma devi venire ora e subito, senza tornare in paese, perche il sortilegio si esaurisce presto e perde efficacia in ben poco tempo. –
Poteva Tonino, secondo voi, dire di no? La promessa della fata era più che allettante tanto più che la bellezza di certo non difettava a quella donna.
E fu così che Tonino, senza neppur salutare, se ne partì dal suo paese insieme alla fata e con lei visse, nelle grandi città, un amore esclusivo, quasi morboso, dal quale erano esclusi tutti: amici e conoscenti non scalfivanno neppure la crosta di quell’amore così ossessivo e totalizzante.
Passava il tempo, dieci, venti, trent’anni, e Tonino era sempre il bel giovane venticinquenne di tanto tempo prima; pareva che il tempo gli scivolasse addosso senza neppure sfiorarlo e nessuna malattia lo aveva mai tormentato.

Ma un brutto giorno la fata morì. Usare la parola "morire" per le fate è certamente sbagliato perché le fate non muiono mai. Solo, svaniscono e la loro anima trasmigra in un altro universo, ma l’effetto per chi resta in questo universo è uguale ed il senso di abbandono è forse più acuto di quando muore un mortale.
Tonino si trovò solo, disperato e nulla poteva comprendere in quel dolore; ogni cosa era inutile per lui e certamente la disperazione e lo sconforto più nero lo attanagliavano senza requie.

In tutto quel marasma, nelle lunghe notti insonni fatte di incubi ad occhi aperti, un’isola di quiete apparve al nostro povero eroe: il paesino natio e la sua famiglia, la mamma, il vecchio padre, l’affetto già morto ed ora risorto per la sorellina minore. Così Tonino, dopo ben trentacinque anni di assenza, decise di tornare.
Le case del paese non erano molto diverse da come se le ricordava, ma gli uomini invece sì.
Ecco il Giorgio, fruttivendolo, ma ingrassato ed incanutito che manco lo riconoscevi. Ed il Pietro, il panettiere che faceva quella focaccia così morbida e fragrante, dov’è? Il Pietro eccolo lì, seduto su una poltrona in preda ai fantasmi che lentamente gli stanno mangiando il cervello.
Era, per Tonino, tutta una dolorosa sorpresa, come una via crucis che aveva il suo culmine nella piccola casetta dove vivevano i suoi.
Col cuore in gola Tonino suonò il campanello. Ad aprire venne una donna anziana che lui riconobbe essere la sorella. Ma lei, appena lo vide dopo aver aperto la porta, emise un gemito soffocato di sorpresa, ed immdiatamente gridò:
- Mamma, mamma, vieni! Qui c’è un uomo che assomiglia straordinariamente a Tonino da giovane! -
- Ma sono io, sono Tonino, non mi riconosci? – riuscì a dire il giovane sull’uscio.
Da dietro le spalle della sorella apparve una vecchia che si trascinava stancamente sulle gambe ancorchè avesse lo sguardo vivo, lucido, intelligente. Squadrò attentamente Tonino e poi, con voce ferma e pacata disse:
- No, lei è un impostore, lei non può essere Tonino perché lui se fosse vivo avrebbe sessant’anni e non venti come lei. Non capisco perché lei sia venuto qui a rinnovare un profondo dolore che ha già ucciso mio marito e che rende inquiete anche le mie giornate, ma la prego di andarsene. Se ha bisogno di soldi, sappia che in questa casa ce ne sono ben pochi, ma un’elemosina gliela possiamo fare. –
- No, balbettò Tonino, non ho bisogno di soldi. –
Poi, mentre l’uscio si chiudeva, incerto l’uomo si allontanò da casa.
Come descrivere lo stato d’animo di Tonino? La sua giovinezza lo condannava alla solitudine e neppure sua madre l’aveva rconosciuto. In cuor suo Tonino maledì la fata che l’aveva stregato ed anche se stesso per avere accettato quella maledizione.

Camminava come un ubriaco, Tonino, e le gambe lo portarono nei pressi del laghetto dove aveva per la prima volta incontrato la fata.
Riflesso nell’acqua, Tonino vide ancora il suo bel viso di venticinquenne e, per la prima volta in vita sua, pianse.
Pianse tanto, il nostro eroe, e quel pianto scioglieva il duro nodo di sentimenti che tormentava il suo animo.
Ma le lacrime avevano anche un altro effetto: rughe comparirono sul viso di Tonino, i capelli incanutirono e da folti che erano divennero radi e fragili, le mani si incurvarono leggermente in un primo e lieve accenno di artrosi, tutto il corpo di Tonino invecchiò perché quelle lacrime avevano sciolto il sortilegio che lo condannava ad essere per sempre giovane.
Con passo incerto, da vecchio, Tonino, dopo essersi asciugato le lacrime, tornò verso casa: aveva il presentimento che ora lo avrebbero riconosciuto, e così fu. È impossible descrivere la gioia, la sorpresa, tutti i sentimenti che turbinarono nei cuori e nelle menti della madre e della sorella; anche Tonino, da parte sua, era sopraffatto dall’emozione:
- Figlio mio - disse ad un tratto la madre - io ti davo per perso ed invece eri vivo. Ma quante cose dobbiamo dirci! –
Vissero insieme la madre e i due figli per pochi anni perché poi la vecchia mamma serenamente morì, ma comunque quello fu tempo di pace, amore e serenità.

di Enrico Carrea

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